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Verso la fine delle vacanze.

Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

Mi svegliai aggrovigliata nel corpo di Enrico. Le tende da notte lasciavano entrare un fascio di luce. Era così forte e terso che nell’aria si vedeva volteggiare il pulviscolo.

Restai ad osservarlo per qualche minuto, indecisa se muovermi e rischiare di svegliare Enrico. Ripensai alla sera precedente, alla dolcezza del nostro amore, al bisogno che sentivo di lui.

Ad un certo punto, la mia natura impaziente ebbe la meglio: avevo voglia del caffè!

Allungai le gambe e baciai Enrico sulla guancia. Aprì gli occhi, mi strinse in un abbraccio e con la voce ancora impastata di sonno ordinò la colazione in camera.

Si alzò. Lo guardai, mi piaceva anche appena sveglio. Chissà io.

Seduta sul letto, considerai che in giro c’era abbastanza disordine. Avrei dovuto sistemare un po’. Al contrario di me, Enrico era ordinato e metodico. Piegava le sue magliette, riponeva le scarpe, metteva il cappuccio allo spazzolino da denti ogni volta che lo utilizzava. Avevo notato un taccuino nero dove ogni tanto scriveva qualcosa. Mi aveva detto che appuntava le cose da fare che di volta in volta gli venivano in mente. Lo invidiai. Io non scrivevo neanche la spesa.

Avevamo ancora qualche ora di navigazione e poi saremmo attraccati. Decidemmo di andare in piscina. Sebbene stessi molto attenta a ciò che mangiavo, da quando stavo con Enrico avevo messo due chili. Concentrati sulla pancia, mi sembrava. Lui voleva sempre che gli facessi compagnia, perciò magari quando dicevo di no ad un piatto, proponeva “facciamo a metà”? Mi ero lamentata che così mi faceva ingrassare, ma lui asseriva che non era vero, ero bellissima.

Infilai un pareo.

Prendemmo due lettini vicino alle coppie che avevamo già più volte incontrato. Scambiammo qualche parola sui luoghi visitati. Enrico monopolizzò subito la conversazione, chiedendo da dove venissero e di cosa si occupassero. Si era pure messo seduto.

Io ero scocciata, avevo caldo e stare al sole non mi piaceva.

Chiesi permesso e mi tuffai in acqua. Feci qualche bracciata e mi misi a bordo piscina con le braccia conserte. Appoggiai la testa. Si stava bene.

Considerai che la vacanza era quasi finita. Subito un accenno di tristezza, ma il pensiero di Emanuela mi confortò.

Poco dopo, mi raggiunse. Mi abbracciò dalla vita prendendomi alle spalle. Persi l’equilibrio. Cercò le mie labbra in un bacio lungo e prepotente che sapeva di cloro. Lo ricambiai, ma avvertii un certo fastidio. Mi sentivo sotto gli occhi di tutti. Restammo in acqua. Mi chiese cosa ne pensassi di quelle coppie.

“Boh!,” risposi. “Mi sembrano persone a modo. In vacanza siamo tutti più belli e felici.”

Lanciai uno sguardo nella loro direzione.

Proseguii :“ Stanno festeggiando i loro anniversari di matrimonio, mi sembra di aver sentito.”

Mi era uscita così, non l’avevo fatto apposta e non aveva significato.

Mi arrabbiai con me stessa. Non mi piacevo, mi stava venendo il malumore.

Ma fu più forte di me. Come stessi riprendendo un discorso interrotto, dissi:

“Mi porterai almeno a vedere il tuo studio?”

“Ma certo, Angela. Se lo desideri, una sera ci andiamo. Anzi, scusami se non te l’ho proposto io, ma non ci ho proprio pensato!”

Annui, già, una sera.

“Angela ti piace lavorare da Alberto?”

“Si, è proprio una bella persona, anche molto paterno. E poi il lavoro non è impegnativo.”

“Ne sono contento, ma sappi che se un giorno ti scocciassi, non avrei problemi a pensare a te. Anche ad Emanuela, certo. Potremmo essere più liberi di quanto siamo stati finora.”

Non mi ricordo quale sentimento prevalse per primo. Se il senso di gratitudine oppure la rabbia.

Forse li percepii contemporaneamente. Provai tenerezza per Enrico che aveva pensato di prendersi cura di me, più di quanto stesse già facendo, ma anche risentimento. Mi sembrò che mi stesse bonariamente suggerendo un percorso. Il nostro amore appartato, la sua vita quotidiana lontana da me, la disponibilità ai suoi tempi. Lasciare il lavoro che mi aveva procurato lui. E se la nostra storia fosse finita?

Pensai di essere tornata a scuola, quando il professore di filosofia spiegava.

Mentre lui esponeva, mi sembrava di aver capito perfettamente e concordavo. Quando finiva, non ero in grado di ripetere. Anzi, mi stupivo di come la lezione mi fosse apparsa così facile argomentata da lui!

Enrico mi stava guardando, in attesa. Immaginai che avesse capito di me più di quanto io stessa fossi in grado di fare.

“Pensaci, ci aspettano grandi cose insieme!”

Mi baciò sulla guancia, abbracciandomi. Mi strinsi a lui. Volevo crederci.

(16 continua)

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