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Una Casa di Troppo.

Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

Uno stato di angoscia mi accompagnò per i giorni successivi. Avevo deciso di non parlare a nessuno del biglietto nell’attesa di capire come comportarmi.

Emanuela attribuì la mia non eccessiva partecipazione alla nuova vicenda che la riguardava al discorso che le avevo fatto su Enrico. Lei, almeno, era ciarliera. Il padre l’aveva invitata a trascorrere il fine settimana nella sua nuova casa. Quel cambiamento le stava facendo veramente bene. Non immaginavo quanto le fosse mancata la figura paterna.

Enrico, invece, mi disse che ero strana e me ne chiese il motivo. Mi giustificai adducendo la scusa del trasferimento. Giorgio ora abitava in una città vicina e sicuramente ci sarebbero state delle modifiche ed una frequentazione più assidua con Emanuela.

“Perché ti turba al punto da sembrare assente?”, chiese.

Mi sentii accusata ingiustamente. Avrei voluto urlargli in faccia la mia rabbia, mostrargli il biglietto.

Invece, dopo una piccola pausa, la mia voce melliflua disse:

“Enrico, scusami, è che ero abituata ad avere Emanuela quasi solo per me. Tra l’altro, lei è molto felice e… sono quasi gelosa! Dice che le dà un sacco di consigli su come comportarsi con Federico perché lui, da maschio, conosce i ragazzi!”

Sul suo volto passò, veloce, una smorfia.

“Da quanto tempo non vedi Giorgio?” continuò.

Gli dava fastidio. Voleva essere lui a dare consigli a mia figlia?

“Da un’infinità. Non ce ne è mai stato bisogno.” risposi.

Ero arrabbiata. Considerai che in quasi dieci mesi insieme, avevamo praticamente vissuto da soli, ad eccezione di Emanuela ed Alberto. Sapevo di lui quello che mi aveva raccontato.

“Che lavoro fa, ora?”

Mi ero fidata, d’istinto. Però, sentivo dell’incongruenze. Non ero stata mai gelosa di Adelia, considerandola innocua. Ma l’avevo vista con gli occhi di Enrico. Le foto di lei insieme ai figli sulla scrivania dello studio non mi avevano dato fastidio. Mi era sembrata una cosa normale. Il passato non si cancella. Ma era possibile che andassero ancora a letto insieme?

“Il grafico pubblicitario. Non ho capito molto dalle parole di Emanuela.”

Quanto ero stata ingenua. Avevo bevuto le sue parole. Gli piaceva essere unico sempre, stupire, ammaliare.

“Ma, insomma, Angela, mi presti attenzione per favore?”

Mi voltai a guardarlo. Stava guidando, il volto imbronciato e le mani strette sul volante. Uscii dai miei pensieri e sentii un moto di tenerezza. Gli accarezzai la testa. Dovevamo andare a cinema ma chiesi di cambiare programma. Non avevo voglia di restare in silenzio a rimuginare.

Si stupì. Passammo a prendere due pizze e ce ne andammo nel nostro appartamento. Fu felice.

Cercò di tranquillizzarmi, ma per la prima volta mi sembrò un pesce fuor d’acqua. O ero io a guardarlo con occhi diversi? Parlava del mio rapporto speciale con Emanuela, di quanto fossimo legate, di quanto il padre fosse stato assente ed inappropriato.

Non ci vidi più, chi era lui per esprimere giudizi tanto duri? Che padre era stato? Come potevo dargli ascolto se la sua vita privata mi era negata?

Esplosi e lo aggredii.

“Tu parli per astratto. Che significa che l’amore è un sentimento che vive di per sé? Mi divido tra te e mia figlia. Vivo in due case. In nessuna delle due mi sento felice, perché da una parte manchi tu e dall’altra lei. Non abbiamo mai parlato, viviamo alla giornata, i problemi debbono essere tenuti fuori. Se tua figlia fosse nella mia situazione, che consiglio le daresti?”

“L’amore, il sentimento, viene prima di tutto, le risponderei così”.

La mia voce si alzò di tono.

“Non vuoi capirmi. Io ti amo, ma c’è di mezzo la serenità mia e di Emanuela. Forse il trasferimento di Giorgio è venuto nel momento giusto. Hai ragione tu, a me non toglierà niente e potremo essere entrambe più felici. E scopriremo se la nostra storia avrà futuro!”

Non se l’aspettava. Ero stata sempre accomodante.

“Perché dici questo? Ti amo anch’io. Mi dispiace moltissimo, non avevo intuito il tuo tormento. Ci sarebbero tante cose da modificare se andassimo a vivere insieme. Penso a tua figlia, bisogna essere prudenti e non esporla a sofferenze o rischi eccessivi. Se fossimo stati solo io e te, era un discorso diverso, ma…” la sua veemenza si affievolì.

“Quali sofferenze? Tu non vuoi vivere con me alla luce del sole, questo è tutto! Vuoi che tutto resti nell’ombra con la scusa di tenermi riparata da che cosa? Sei separato, adulto, libero di fare quello che vuoi! O hai qualcosa da nascondere e vuoi solo gestirmi come dici tu?”

L’avevo detto, urlando.

Mi sentii sopraffatta dalla violenza delle mie parole. Mi accasciai sul divano rosa, sconsolata. Un burattino a cui nel mezzo dello spettacolo si spezzano i fili.

Enrico fu lesto. Si inginocchiò e tirandomi verso di sé mi prese il viso tra le mani. Iniziò a baciarmi in maniera convulsa, spaziando velocemente sul volto come stesse tamponando lacrime asciutte.  Sussurrava ti amo, ti amo, ti amo. Fu sulle labbra ed il suo tocco divenne lento, dolce e vellutato ed io non opposi resistenza.

Risposi alla lingua che frugava dentro me alla ricerca di certezze.

Ci amammo impauriti, insaziabili, impazienti. Ci amammo con l’unica verità possibile tra due corpi che si riconoscono.

(18 continua)

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