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Una brutta giornata di sole.

una brutta giornata sole
Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

Una brutta giornata di sole…

Quella mattina c’era il sole. Era ferma da un bel po’. L’abitacolo dell’auto con il suo tepore invitava a rilassarsi e stare con gli occhi chiusi. Io, però, ero sudata.

Enrico mi aveva telefonato per dirmi che doveva essere in tribunale presto perciò avrei dovuto recarmi al lavoro con la mia auto.

Obbedendo ad un impulso, avevo raggiunto la casa di Adelia. Parcheggiai abbastanza lontano, ma in un punto che mi lasciava intravedere il cancello d’ingresso.

Telefonai ad Alberto dicendo che avevo un contrattempo con mia figlia. Stavo rischiando, avrebbe potuto parlarne con Enrico. Ma non mi importava.

Ero in ansia, non mi riconoscevo. Mi chiedevo cosa stessi facendo lì.

Avrei voluto dimenticare il biglietto, fare finta che andasse tutto bene, accontentarmi di quello che Enrico mi dava. Non farmi domande.

Poteva trattarsi semplicemente delle parole di un figlio geloso che vedeva distolta l’attenzione del padre dal tentativo di ricostituire la famiglia. Si, certamente era così.

Riconobbi la sua auto appena il cancello elettrico si aprì. Era al telefono.

Il mio cuore sembrò un cavallo al galoppo. Ebbi quasi paura.

Lentamente si immise sulla strada. Veniva verso di me.

Mi abbassai di scatto ma non ce ne sarebbe stato bisogno. Quando passò, con la coda dell’occhio lo vidi gesticolare concitatamente.

La mia mente registrò che non indossava il soprabito. Aveva dormito lì.

Rimasi ferma per altri dieci interminabili minuti. “ .. una piccola ed insignificante parentesi… so già come andrà a finire … tra loro due niente è cambiato.”

Mi avviai. Un ronzio nella testa.

Enrico era un mostro.

Al bar feci una cosa che mai avrei immaginato: ordinai un cognac. Mi vergognai, dato l’orario. Non ero io. Lo specchio dietro al bancone mi rimandò l’immagine di un volto con le occhiaie e l’aria stralunata. Mangiai un cornetto in modo che non mi girasse la testa. Un boccone ed un sorso, fino a berlo quasi tutto. Dopo un po’ mi sentii rinfrancata e pronta a far finta di niente.

Arrivai tardi al lavoro, mi scusai con Alberto e andai in bagno a sistemarmi. Considerai che l’alcool era quasi un anestetico anche per l’anima.

Durante le pause, non mi fu difficile distrarlo raccontando di quanto Emanuela fosse felice in quel periodo.

Lui era sottotono e silenzioso.

Gli chiesi se stesse bene.

“Tutto a posto, solo un po’ di stanchezza.”

Mi arrivò un messaggio di Enrico. Era con dei clienti, sarebbe passato a prendermi nel pomeriggio.

A pranzo Emanuela si accorse della mia preoccupazione. Sorvolai, dicendo di avere mal di testa.

“Mamma, ti volevo chiedere…. posso invitare papà a pranzo domenica?”

Senza pensarci feci cenno di si, con la testa.

Mi stesi sul letto e mi addormentai, sopraffatta dalle emozioni. Stordita.

Al risveglio mi sentii meglio.

Ritornai da Alberto con Enrico. Le ore passarono lente. Mi venne a riprendere, si ripeté la scena.

Mi stava venendo l’influenza dissi.

Lui si fermò davanti ad una farmacia. Gli servivano delle medicine e avrebbe comprato un analgesico per me.

Scese. Il taccuino nero mi chiamò dal cruscotto.

Lo presi. Si aprì all’ultimo foglio.

Accesi la lucetta in alto. Guardai l’ingresso. C’era gente. Enrico era in fila.

La scrittura era minuta. Mi sforzai. Colsi solo qualche parola.

Parlare ad Alberto. Bonifico. Tribunale ore 10.00. Rassicurare Angela. Parrucchiere Adelia…

Chiusi, svelta.

Enrico stava aprendo lo sportello, con la voce in gola dissi “hanno tutti l’influenza” e mi abbandonai all’indietro, priva di forze.

“Ma stai proprio male! Ti accompagno subito, riposati per qualche giorno!”

Rassicurare Angela.

Non risposi. Ero in un incubo.

Lasciai che mi accompagnasse in camera da letto.

Quella giornata finalmente finì!

(Continua 19)

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