Blog Ricordi

“Stangarella” e la stagione delle angurie.

anguria
Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

Ho sempre avuto un debole per l’anguria. Rossa, succulenta, dolce. Croccante.

Per meglio dire, ‘o melone, qualche volta ‘o mellone, o ancora ‘o melone r’acqua.

Già da piccola avrei voluto mangiarne così tanta fino a sentire l’urgenza di “spaparanzarmi” per meglio distribuirla tra pancia e stomaco! Ma, si sa, a casa mia, regnava la moderazione!

Mio padre comprava la “melonessa”. Aspettava il tempo giusto, perché quando faceva la spesa era pignolo ed esigente. Mica si accontentava di una cosa così così.

Cercava in tutti i modi di limitare le critiche di mamma che, in caso di acquisti poco felici, con tono di scherno, diceva: “t’hanno fatto fessa!

Lei prolungava i tempi della semplice pronuncia indugiando nelle sillabe.

 “T’haaannoo faaatto feeessa!” Mi sembrava quasi che fosse soddisfatta se qualcosa non usciva buona!

Quando succedeva, papà rispondeva piccato: “Ma pecchè non vai tu a fa’ ‘a spesa?”

Mettere in discussione la sua bravura nello scegliere la “roba” al mercato o la competenza nel taglio della carne era una questione di lesa maestà.

Eravamo fortunati se finiva lì.

Le domeniche mattine del mese di agosto papà mi portava con lui a comprare mezza melonessa da “Stangarella”. Il vero nome lo conoscevano in pochi, immagino i parenti. Era un tipo smilzo ed ossuto, che arrotava le parole per qualche dente di meno!

La sua bancarella stabile si trovava lungo la Strada Statale 7 Bis conosciuta come Via Nazionale delle Puglie. Le sere d’estate era un luogo di ritrovo perché i ragazzi si divertivano a tirare tardi mangiando anguria a crepapelle e giocando al lancio delle scorze.

Stangarella la domenica mattina arrivava in piazza con l’Ape carica di angurie; alcune le tagliava a metà, altre in grosse fette. Predisponeva la bancarella mettendole in esposizione.

Lodava la sua merce con facezie ed aneddoti e spesso si cimentava “in singolar tenzone” verbale con il “melonaro” rivale, poco distante, “Peppo ‘e Fulippo”, un omaccione alto e grosso.

Papà difficilmente ne prendeva una già tagliata perché poteva sempre essere che tra quelle intere ce ne fosse una migliore!  Perciò si avvicinava alle angurie, ne adocchiava una, bella, grossa e accattivante e ne batteva l’esterno con il palmo della mano per sentire se “suonava”.

Doveva essere un suono “cavo”, quasi “fesso”, come un rimbombo.

Una volta compiuta la scelta, Stangarella prendeva la melonessa, che era più grande di lui e la metteva sul bancone. Mentre noi facevamo da spettatori ansiosi, lui col coltellaccio procedeva al taglio. Diceva che l’anguria matura al punto giusto, una volta arrivati quasi a metà, si spacca da sola. Fa crack.

Speravo sempre di sentirlo, immaginavo un grosso pezzo di ghiaccio che si spacca.

“Se poi al centro esce un piccolo taglio, allora vuol dire che è zucchero!”

In caso di fumata nera, papà optava per una già aperta. Non prima, però, di aver proceduto all’assaggio.

A volte, mosso a compassione dal mio evidente desiderio, me ne comprava una fetta che mangiavo lì, stando attenta a non sporcarmi.

La bancarella era sempre circondata da avventori uomini, che si fermavano per fare due chiacchiere e gustare l’anguria. Li vedevo mangiare con le gambe larghe e leggermente flesse, con il busto chinato in avanti, attenti a non sporcarsi la camicia.

Esattamente come si fa oggi con la pizza a portafoglio! Addentavano le fette con ingordigia, facendo scivolare denti e labbra sulla polpa come se stessero suonando l’armonica a bocca. Il succo scorreva lungo il mento e cadeva per terra rendendo il marciapiedi appiccicoso!

Ridevano, contenti. Dicevano che con la fetta di melone ti lavi pure la faccia. Qualcuno per gioco lo faceva.

Era bella la domenica mattina in piazza con papà.

Soddisfatti per l’acquisto, ci dirigevamo verso l’auto. Io gli trotterellavo dietro per tenere il passo.

Da lontano sbirciavo il bar di “Pacchitiello”, dove si facevano i migliori gelati del mondo!

Ma questa è un’altra storia!