Joan Mirò

Sogno

C’era una volta un bambino di nome Sogno. I genitori avevano voluto chiamarlo così, perché lui era stato tanto e a lungo desiderato. Era particolare, alla nascita aveva ricevuto il dono di essere presente nella vita di tutti gli abitanti del mondo. Non fisicamente, ma, come Gesù Bambino, ognuno aveva saputo della sua esistenza. Ognuno gli attribuiva delle sembianze diverse, chi lo immaginava biondo e con gli occhi celesti, altri lo identificavano con uno scugnizzo birbante dagli occhi di carbone. In realtà, era un bambino magro magro, un po’ slavato e svagato, che quando tornava da scuola ed il vento soffiava, camminava leggermente inclinato in avanti, con le mani infilate in tasca.

La maestra aveva notato che in classe non stava molto attento. Sogno non riusciva a concentrarsi, nonostante si sforzasse. Sentiva la testa leggera leggera. Aveva il banco vicino alla finestra e stava sempre con gli occhi incollati al vetro. I genitori lo avevano portato dappertutto, pensando che fosse malato. I dottori avevano diagnosticato un deficit di attenzione, era perfettamente sano, con l’età sarebbe passato tutto. Una cura di vitamine e un po’ di cibo in più avrebbero risolto il problema.

Succedeva che quando qualcuno si relazionava con lui, i pensieri scomparivano. La maestra che voleva fargli un rimprovero lo guardava e dimenticava cosa volesse dirgli e perché. Appena Adalgisa, questo il nome, incrociava il suo sguardo, le veniva in mente il fidanzato, i baci che si erano scambiati in auto la sera precedente, le loro mani intrecciate che non volevano lasciarsi. Si sentiva sdilinquire e subito dopo arrossiva sotto gli occhi interrogativi di Sogno, come se lui avesse potuto leggere nei pensieri che involontariamente si erano affacciati. Allora si trovava a dire: “Sogno, lo sai che io e Beniamino abbiamo intenzione di sposarci? Vogliamo tanti bei bambini, proprio come te!”

Ritornando sui suoi passi, verso la cattedra, vedeva se stessa con un bimbo piccolo tra le braccia e, sentendosi sommergere dalla tenerezza, pensava.. oddio non proprio come te. Subito dopo ricordava perché pochi secondi prima si fosse diretta da Sogno, ecco era andata per dirgli di scambiare il posto con la compagna perché non poteva stare vicino alla finestra sempre con lo sguardo rivolto all’esterno, a guardare gli alberi. Va bè, meglio lasciar perdere!, si sentiva in colpa per aver pensato a Beniamino, non doveva mentre era in classe, chissà, quella svagatezza forse era la primavera!

Anche i compagni non riuscivano mai ad arrabbiarsi con Sogno, neanche quando sbadatamente metteva in cartella le penne e gli astucci che non erano suoi. Gli facevano capannello attorno: Giulia, che voleva dirgli di non scarabocchiare sulla sua parte di banco mentre era impegnato a guardare le gocce di pioggia che scivolavano sul vetro, diamine!, pensava imbronciata, non può lasciare la mano solo sul suo spazio? Lei era ordinata e diligente e quella mano le dava proprio fastidio! Ogni tanto, mentre la maestra spiegava, lesta lesta, senza farsene accorgere, la stringeva tra la sua, riportandola entro la linea di confine! Si riprometteva di cantargliene quattro durante la merenda! Poi, quando tutta agguerrita, incontrava i suoi occhi, le veniva in mente la mamma, l’abbraccio caldo e profumato in cui l’aveva stretta quella mattina, prima di salire sul pulmino della scuola! Non vedeva l’ora di essere di ritorno, così ne avrebbe ricevuto un altro e un altro ancora. Come era morbida la sua mamma!

Francesco, invece, stava seduto proprio davanti a Sogno e Giulia. Anche lui ogni tanto si distraeva. Sotto al banco, tutte le mattine disponeva una parte della sua collezione di soldatini. Durante la lezione, li toccava, si sentiva rassicurato quando li aveva tra le mani. Li riconosceva senza guardarli. Robertino, Alfreduccio, Gaetano. Erano appartenuti al nonno che prima di andare ad abitare in Paradiso glieli aveva affidati in custodia.

A volte, capitava che nel portare la mano sul banco uno cadesse per terra e finisse dietro alla sua sedia. Quando poteva lo raccoglieva subito, in caso contrario doveva aspettare che la maestra distogliesse lo sguardo. Allora Sogno, che non stava mai fermo, sentendo qualcosa sotto i piedi posava la penna, si chinava a guardare e raccoglieva il soldatino. Lo teneva un po’ nella mano, immaginando la sua storia. Francesco se ne accorgeva e si arrabbiava, era geloso. E’ vero che glielo restituiva, però Sogno non doveva prenderlo da terra! Era suo! Tante volte aveva immaginato di dirglielo, e ne aveva pure avuto l’occasione, ma poi girandosi verso di lui, vedeva il viso buono del nonno che gli diceva “Francesco, devi essere generoso con i tuoi amichetti, devi dividere le cose belle con loro, dovete giocare insieme e volervi bene”. Allora gli sorrideva, si, il nonno aveva ragione.

La mamma ed il papà di Sogno, Lisetta e Celestino, erano felici. Lei aveva scelto di non lavorare perché voleva prendersi cura del loro bambino. Era stata una scelta difficile perché lui non guadagnava tanto, però insieme avevano convenuto che fosse meglio rinunciare a qualcosa piuttosto che perdere i momenti più belli della sua crescita. Quando la sera si sedevano a cena attorno al piccolo tavolo in cucina, lei gli raccontava dettagliatamente come si era svolta la sua giornata, Sogno ha fatto, Sogno ha detto. Le brillavano gli occhi, il minestrone era venuto proprio saporito!

E quando la domenica uscivano tutti insieme, andando a Messa o a portare Sogno alle giostrine nel parco, oppure alla festa rionale, loro due camminavano stretti sotto al braccio, come se il mondo gli appartenesse, e Sogno sgambettava davanti, e sembrava svolazzare. I passanti si fermavano a guardarli, Sogno era l’immagine della leggerezza e della gioia e i suoi genitori ricordavano i fidanzatini di Peynet.

Un giorno Sogno lanciandosi dallo scivolo si fece male. Cadde in avanti con la testa e perse i sensi. I genitori, spaventatissimi, corsero per soccorrerlo e mentre la mamma gli dava degli schiaffetti sul viso il papà chiamò l’ambulanza. Lisetta aveva appoggiato la testa di Sogno nella gonna e lo chiamava dolcemente. Tratteneva a stento le lacrime, aveva paura che morisse. Allora si girò verso Celestino e disse “E’ colpa tua, ti avevo detto di stare attento, non mi hai ascoltato… come faremo…” “Ma se mi avevi detto di andare a riempire la tua bottiglietta d’acqua alla fontana..” “Non è vero, ce n’è ancora… guarda, perché dici le bugie?” E scoppiò in singhiozzi. Attorno a loro, si era raccolta un po’ di gente, dicevano state calmi, ora si risolve tutto.

Iniziò a cadere la pioggia. Celestino si tolse il giubbino e lo appoggiò su Sogno. Lisetta disse spostati, ci penso io a lui e se lo strinse al petto. E’ mio figlio! Il papà si inginocchiò e cercò di prenderlo dalle sue braccia. “Dammelo che mi avvio sulla strada, vado incontro all’ambulanza.” E Lisetta: “No, no, lascia, lo porto io!”

Sentendosi strattonato, Sogno aprì gli occhi e si guardò intorno stranito. Che era successo?, non aveva mai sentito la mamma gridare! Intanto Lisetta non sapeva se ridere o piangere, Sogno si era svegliato, non era morto, arrivò l’ambulanza a sirene spiegate, “Celestino Celestino …. bravo, sei stato tu a farlo svegliare, io sono proprio una buona a nulla,… non è successo niente… ora ce ne torniamo a casa … però tu prima vai a riempiere la mia bottiglina d’acqua che oggi, chissà, ho mangiato qualcosa di salato… vedi, ha smesso pure di piovere, sta uscendo il sole!”

Il medico disse che forse Sogno aveva avuto solo un giramento di testa, fatelo mangiare questo bambino, alimentatelo!

Se ne tornarono a casa tutti e tre per mano.

Sogno, al centro tra mamma e papà, dondolava le braccia, felice.

“Guardate!” disse allegramente “è uscito l’arcobaleno!”