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“Sabato andiamo al mare”.

Sabato andiamo al mare
Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

Sabato andiamo al mare…

Enrico quella mattina mi telefonò presto.

“Ti fa piacere se ti accompagno da Alberto?”

“Certo.”

Quando venne, gli dissi che al lavoro, tempo permettendo, sarei andata a piedi. Non avevo più tutta questa esigenza di correre.

Alberto quel giorno mi spiegò come aggiornare le schede dei pazienti e come regolarmi con appuntamenti e telefonate. Lui era un medico molto disponibile. Non lesinava la sua presenza e faceva più ore di ambulatorio rispetto a quanto gli fosse richiesto. Mi disse che mi avrebbe dato un paio di chiavi poiché a volte poteva non essere presente.

In ogni caso il tempo passava in fretta, non era un lavoro faticoso e nemmeno noioso. Mi sembrava che la remunerazione fosse alta rispetto all’impegno da svolgere. Forse perché serviva una persona di fiducia.

Erano quasi tre settimane che mi frequentavo con Enrico. Sembravamo una coppia.

Non avevo tante informazioni sulla sua vita. Lui parlava molto, ma raccontava più che dire. Aveva fatto in modo da lasciarmi intravedere le situazioni, senza darmi elementi concreti.

Non capivo perché non cercasse conversazioni, almeno telefoniche, più lunghe e frequenti.

Quella sera decisi di fargli qualche domanda durante il nostro saluto serale.

“Ciao Angela. Tutto bene?”

“Si.”

“Io sono in salotto. Ho cenato con “donna Elvira”. Stasera mi ha detto che mi vede su di giri. “Hai una luce negli occhi, c’è qualcosa che non so?” ha ottantacinque anni, ma non le sfugge niente. Ha l’abilità di farmi sentire sempre come un bambino colto con le mani nella marmellata.

Risi. Me la immaginai seduta al tavolo da pranzo. Impettita e vestita elegantemente, come Enrico.

“Dove avete cenato?”

“Da lei. La nostra casa è per metà sua e per metà mia. Divisa equamente. Abbiamo entrate diverse. Era la casa di famiglia, sono tornato quando mi sono separato. Dopo la morte di papà, mamma è rimasta a vivere con Anna, una donna che è stata sempre con noi, da quando eravamo piccoli. Però la casa era troppo grande ed era inutile tenerla aperta tutta. Così ne ho approfittato io.”

Che strano, mi aveva preceduto, pensai.

Mentre lui parlava, lo vedevo seduto in salotto. Avrei voluto essere lì e parlare da vicino.

“Mi senti?” continuò, “nella divisione la casa è rimasta ad Adelia. Meglio così. Era più sua che mia. Mi sentivo un ospite. I gemelli sono all’università, ma vivono lì mentre Vittorio lavora già, è ingegnere. Solo Filippo ha scelto di studiare giurisprudenza e Beatrice vuole diventare dentista. Un bell’impegno.”

Sentii un tintinnio nell’orecchio. Mi disse che era il rumore del ghiaccio nel bicchiere. Stava bevendo un whiskey davanti al camino acceso. Io ero sul letto a gambe incrociate, nel mio pigiama a cuoricini.

“Tu che stai facendo, Angela?”

“Niente. Sono in camera mia. Emanuela è di là.” Mi sentivo proprio banale.

“Sei in pigiama?”

“No, … ho la tuta.” Mentii.

“Sabato andiamo al mare. Sono sicuro che ci sarà il sole.”

Cercavo di allontanarlo il pensiero di sabato, perché una cosa è che nelle situazioni ti ci trovi ed un’altra è programmarle ed immaginarle. Volevo sembrare una donna sicura di sé, ma non lo ero affatto. Mi ero costruita una specie di corazza, che impediva alle persone di conoscermi veramente. Mostravo solo quello che volevo fosse visto.

Non avevo superato il fatto di non essere riuscita a costruirmi una famiglia e non mi perdonavo neanche di non saper essere felice, di non accontentarmi.

Chissà se avessi sposato Giulio, oppure Lucio, oppure Amedeo oppure oppure oppure.

Con il passare del tempo, tutte le mie amiche si sposavano ed avevano dei figli. Perché io no?

Non potevo dire che assolutamente era stata la presenza di Emanuela ad impedirmi il matrimonio. Non avevo voluto. Le cose tiepide non mi erano mai piaciute. Vedere le mie amiche che la sera del sabato andavano a mangiare la pizza con i bambini e la domenica a pranzo dai suoceri oppure dai genitori, sentirle lamentarsi della routine e dei mariti, ingrassate e senza stimoli, mi faceva desistere da qualsiasi tentativo di convivenza. Davvero la felicità è ingoiare cibo affinché la realtà diventi più bella ed accettabile, ingoiare ingoiare ingoiare per non dare voce al tuo malessere interiore?

Mi tenevo sempre impegnata. Mi faceva stare bene.

Che cosa avrei potuto offrire ad Enrico?

Anche fisicamente, certe cose mi piacevano del mio corpo ed altre no. Mi sarei fatta mille problemi a farmi vedere nuda.

Mi ero dimenticata di lavare i denti quella sera. Scesi dal letto quasi di scatto. Le considerazioni sulla mia vita mi avevano infastidita ed avevano cancellato il piacere della telefonata. Quando succedeva così, mi arrabbiavo con me stessa. Andai in bagno, accesi la luce vicino allo specchio e mi guardai. Occhi scuri e rotondi, capelli corti e neri con qualche vertigine. Zigomi leggermente sporgenti in un volto regolare. La pelle liscia, le labbra carnose. Sfilai la maglietta del pigiama. Il collo era sottile, il seno ancora alto e sodo. Che cosa stavo cercando? Perché volevo farmi male? Dovevo smetterla, non potevo essere un cattivo esempio per Emanuela.

Tornai a letto. L’amore mi aveva delusa tante volte, in alcuni momenti credevo non esistesse.

Mi addormentai sulla frase “Sabato andiamo al mare. Sono sicuro che ci sarà il sole.”

Quella notte sognai Enrico. Mentre facevamo l’amore, mi chiedeva di sposarlo.

(7 Continua )

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