Provaci ancora, Enrico!

Stranamente la notte dormii come un sasso, io, che in tempi normali non riuscivo a prendere sonno.

L’overdose di emozioni contrastanti mi aveva stancato e tolte le forze. Ero stata catapultata in una realtà orribile, che mai avrei immaginato.

Non avevo voglia di alzarmi. Rimasi a letto, quasi nascosta sotto lenzuola e coperte. Era sabato, Emanuela si stava preparando per andare a scuola. Si affacciò sulla porta e disse “Mamma come stai?, ieri sera eri distrutta, se vuoi domani dico a papà di non venire, rimandiamo.”

“Oh, scusa Manu, mi dispiace. Un po’ influenzata, malanni di stagione. Se mi aiuti ad immaginare e preparare qualcosa per pranzo e fai pure un po’ di spesa, ce la possiamo fare. Io non ho intenzione di uscire né oggi né domani.”

“Certo, mammina mia!” e venne ad abbracciarmi e baciarmi. Era felice.

Fui certa che avesse capito che stava succedendo qualcosa tra me ed Enrico.

Ed immaginai stesse cercando a suo modo di aiutarmi.

Arrivò un messaggio. Enrico mi chiedeva se ero sveglia e come mi sentissi.

Impiegai del tempo prima di rispondere. Dire che ero arrabbiata con lui era poco. Che significava “rassicurare Angela” e perché l’aveva scritto? “Parrucchiere Adelia” …. si preoccupava anche delle piccole cose che riguardavano l’ex moglie… allora era vero che stavano ancora insieme.

Pensai ai suoi comportamenti. Era un po’ maniacale: l’ordine, la precisione, tutto sotto controllo. Certe volte quando camminavamo mi teneva per il gomito e mi indirizzava. Le sue parole erano gentili ma contenevano spesso dei messaggi, una sorta di ordini mascherati da consigli.

“Angela hai visto come ti ha guardato la signora della boutique mentre misuravi i vestiti? Si vedeva proprio che ti ammirava, le tue belle gambe lunghe, forse però abbiamo dato un po’ di fastidio alle altre clienti con il nostro entusiasmo, alzando troppo il tono della voce. La prossima volta ce ne dobbiamo ricordare, eh tesoro?”

Aveva usato il plurale ma parlava di me. Io avevo cercato di essere spontanea, avevo riso, sentendomi in imbarazzo, volendo quasi darmi un tono. Non ero abituata, mi ero sentita giudicata, l’uomo ricco per anfitrione.  Lo odiai ora per allora.

All’inizio il fatto che ci fosse qualcuno che decidesse per me o mi desse dei consigli “giusti” mi aveva sollevato da tanti dubbi e problemi. Era stato mentalmente defaticante.

Enrico diceva che si preoccupava per me, anzi sosteneva che il suo compito era occuparsi di me. Tante volte mi aveva fatto tenerezza, gli avevo creduto. Ma ora mi sembrava tutto finto, tutto premeditato.

Anche il fatto di avermi “suggerito” di lasciare il lavoro, senza alcuna certezza del futuro.

Gli telefonai. Avevo avuto il coraggio di bere un cognac, di fare la spia, di tacere. Potevo anche mentire, come faceva lui.

Dissi che mi sentivo meglio anche se molto stanca. Non ci fu bisogno di insistere perché in ogni caso lui aveva già deciso che dovessi riposarmi. Forse aveva qualche impegno con l’ex. Mi consigliò di starmene a letto, al caldo e di non fare assolutamente nulla.

Fu contento quando risposi “come vuoi tu”. Rise, “ciao tesoro a presto, lunedì ti voglio smagliante e bellissima.”

Emanuela ritornò.  Mi ero fatta una doccia e messo un po’ in ordine. Mangiammo della pasta in bianco. Eravamo felici di stare insieme. Mi sembrò di averla ritrovata, accantonando il pensiero di Enrico.

Parlammo tanto sedute sul divano, tenendoci per mano. Fu molto delicata, non insistette quando le dissi che stavo attraversando un momento di difficoltà.

Mi raccontò di Giorgio, di come le avesse fatto piacere la sua presenza, ora poteva dire di avere un padre.

“Tante volte ho pensato di non contare niente per lui.  La verità, mamma, è che i maschi sembrano sempre più piccoli dell’età che hanno. Papà dice che dopo un problema di salute ha capito quali sono le cose veramente importanti nella vita. Ha detto che io vengo al primo posto per lui, che vuole starmi vicino, che sono una ragazza in gamba e che tu sei stata una mamma fantastica. Ha ragione.”

La guardavo parlare, mi sembrava rifiorita, entusiasta, allegra. Una bambina cresciuta in fretta. Forse io le avevo fatto pesare la nostra condizione di donne sole.

Facemmo un piccolo menù per il giorno dopo. Volevo contribuire alla sua felicità. Pasta al forno, tanto avevo il sugo di carne già pronto nei vasetti. Ringraziai le mie doti di casalinga previdente; arrosto di carne e tortino al cioccolato. Aveva imparato a prepararlo da sola, mettendolo in congelatore qualche minuto prima della cottura. Ci teneva a far vedere che era brava in cucina.

Mi abbracciò stretta stretta ed uscì a fare la spesa.

Quando, durante la giornata, il pensiero ritornò alle cose successe in quei giorni, sentivo una sorta di rifiuto, un dolore alla bocca dello stomaco.

Stare tra le pareti di casa con Emanuela mi faceva sentire al sicuro e protetta.

(Continua 20)

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