L’odore del cioccolato.

Il giovedì che iniziai da Alberto, Enrico volle accompagnarmi. Mi venne a prendere e ci fermammo prima al bar per il caffè e metà cornetto ciascuno. A me piaceva quello di pasta brioche sfogliata. Vuoto. Feci un’eccezione e nonostante all’interno non vi fossero buchi ad indicare una corretta lievitazione e sfogliatura, lo mangiai lo stesso. Evitai di fare schifezze, prendendo solo la parte esterna, come facevo di solito quando non era buono!

Alle ottoequarantacinque eravamo allo studio. Alberto mi mise subito a mio agio. Mi accompagnò alla scrivania nella sala d’attesa e disse: “Imparerai subito, vedrai.”

Lui ed Enrico si allontanarono per qualche minuto, durante i quali mi guardai intorno. L’ambiente era carino, molto luminoso. Piante e quadri alle pareti. La disposizione delle sedie era bruttina, ma mi sembrava non ci fosse scelta.

Enrico passò a salutarmi. Mi baciò sulla guancia “A dopo”.

La mattinata passò in fretta. Conobbi molti pazienti e mi presentai ad ognuno. Ogni tanto Alberto mi chiamava e mi faceva cercare tra i campioni gratuiti, ne aveva una montagna nei mobiletti della sua stanza. Erano sparsi dappertutto. Anche sopra.

Mi piacque stare lì, mi sentii bene ed anche coccolata. Ascoltai con interesse i sintomi di qualche persona anziana, le considerazioni sul tempo e sulle stagioni che non erano più quelle di una volta.

Era molto più interessante del supermercato dove inserivo dati nel computer. Stare tra la gente era bello. Ne fui entusiasta.

Alle 12.30 Enrico passò a prendermi. Sarei ritornata nel pomeriggio.

Quella giornata fu davvero strana e piacevole. Potevo ritornare a sperare.

Il sabato arrivò subito. Mi ricordai della promessa e ne parlai con Enrico. Gli chiesi di organizzare la nostra giornata per la settimana successiva, quando Emanuela sarebbe stata con Giulio. Il padre ogni tanto si faceva vivo. Si era trasferito e saltuariamente ritornava per vedere la figlia e trascorrere una giornata insieme.

Non avevamo accordi precisi. All’inizio provammo, ma lui non era assolutamente in grado di rispettare gli “impegni”.

Tra noi non c’era stata una grande storia d’amore, perciò non nutrivamo risentimenti. Eravamo amici. Emanuela era soprattutto mia. Avevo assecondato la natura spensierata di Giulio, lasciandolo libero di decidere quando vederla ed anche di aiutarci economicamente come poteva. Poi era partito, aveva trovato lavoro e si era stabilito lì. Avevamo deciso di comune accordo una cifra da versare mensilmente. Con Emanuela manteneva un rapporto telefonico.

La domenica pomeriggio Enrico mi invitò a vedere “Chocolat” ad una rassegna di film a tema. Disse che la protagonista mi assomigliava un po’. Gli avevo raccontato dei miei esperimenti con i cioccolatini.

Non persi tempo davanti allo specchio. L’eleganza di Enrico non mi poteva condizionare sempre. In ogni caso non sarei stata al suo livello. Infilai i jeans e sopra una maglietta con scollo a v di lana d’angora. La indossai a pelle nuda, una bella sensazione di calore e morbidezza. Immaginai le mani di Enrico infilarsi sotto.

Mi chiamò per dirmi di scendere. Sembravamo due fidanzati. Avevo detto ad Emanuela che stavo uscendo con lui. Mi aspettò in piedi, vicino allo sportello. E mi sorprese. Non indossava un abito. Pantalone di lana beige, camicia chiara e maglioncino cammello. Il suo doveva essere di cachemire.

“Carina che sei, Angela.”

“Anche tu. Vederti vestito così, mi mette più a mio agio.”

Fu così vero che vedendo il film giocammo con le nostre mani intrecciate. La scenografia era bellissima, il paesino ed i personaggi affascinanti, la colonna sonora allegra e gioiosa, ora gitana, ora romantica. Ogni tanto, Enrico, su qualche scena, cercava i miei occhi. Aveva scelto un film particolare, vi era un legame erotico forte tra tutto quel cioccolato ed il mondo circostante. Sapevo bene quanto fosse inebriante l’odore del cioccolato fuso. Permeava gli ambienti, restava per giorni nell’aria. Lo respiravi e te ne sentivi avvolto.

Mi sentii lusingata di assomigliare alla protagonista, a detta di Enrico. Vianne era bella, passionale, libera. Una donna senza schemi, ma di buoni sentimenti. Gli fui quasi riconoscente per questo.

Ebbi voglia di abbracciarlo e fare l’amore con lui. Volevo appartenergli.

Uscimmo che eravamo di buon umore, allegri. Prima di salire in auto, ci scambiammo un bacio appassionato, al sapore di popcorn. Non so se era stato vedere Enrico senza cravatta, se era stata la dolcezza e la bella atmosfera creata dall’ambientazione del film, ma ero felice e piena di aspettative. Mi strinsi a lui, cercando di nuovo la sua bocca, ma mi allontanò prendendomi per i fianchi.

“Ehi, ehi, conserva il tuo entusiasmo. Sabato è vicino. Non fare la bambina”.

Obbedii ma ero curiosa. Enrico mi aveva detto che aveva lo studio nel palazzo delle poste, ma abitava altrove. Mi chiedevo perché non mi avesse chiesto di andare lì.

(6 Continua )

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