Economia in pillole

Lo Spread. Economia in pillole

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Carmine Cioppa
Scritto da Carmine Cioppa

Allo spread si guarda con tanta attenzione: esprime il grado di salute della situazione economica e finanziaria dell’Italia.

Lo Spread. Economia in pillole

Lo spread in italiano, si traduce differenziale. Sta ad indicare la differenza di rendimento tra i nostri Btp e quelli tedeschi (chiamati bund) della durata di 10 anni.

Lo Spread. Questo sconosciuto

Immaginiamo, in linea del tutto teorica, che, nello stesso giorno, il Tesoro dei due Paesi emetta questi strumenti per sopperire ad esigenze di liquidità. I tassi saranno diversi, perché rapportati al grado di fiducia che, in quel preciso momento, hanno presso gli investitori. Se i Bund tedeschi, per fare un esempio, vengono emessi all’1% ed i Btp italiani al 3%, significa che l’Italia paga due punti  in più di quelli che paga la Germania. Per avere un’idea molto di massima, per 1000 euro di indebitamento, il Tesoro italiano ha un maggiore esborso di 20 euro all’anno, pari, in base ad un calcolo volutamente approssimato, a 200 euro in 10 anni.

Il mercato non regala niente.

E qui viene in evidenza un principio da tener ben presente: ad una maggiore remunerazione del capitale corrisponde un maggior rischio, perché, come si dice in gergo, “il mercato non regala niente”. E questo maggior rischio, nel nostro esempio, vale 2 punti per l’investitore che opterà per il Btp.

L’esempio è, però, statico. Andiamo leggermente oltre.

Quegli ipotetici due punti di differenza di partenza sono soggetti, durante la durata del debito, ad oscillazioni anche notevoli sempre legate al diverso grado di fiducia dei due emittenti delle Obbligazioni (Italia e Germania). A determinare tali oscillazioni concorrono vari fattori; solo per fare qualche esempio, prospettive di stabilità politica dei Governi, eccessivo indebitamento rispetto al Pil, o anche eventi drammatici (un terremoto, una guerra) che mettono in discussione la puntualità di rimborso delle cedole e del capitale.

L’alternarsi di fattori positivi e negativi incide sulla quotazione dei titoli, in caso di rimborso anticipato.

Ecco perché allo spread si guarda con tanta attenzione: esso esprime il grado di salute, nella percezione degli investitori, della nostra situazione economica e finanziaria. E viene “certificato” da Agenzie di Rating con un giudizio sintetico – frutto di analisi complesse ed approfondite –  che è un voto sulla capacità di un debitore di pagare, alle scadenze convenute, i propri creditori. Qui ci riferiamo al giudizio su uno Stato, ma, come vedremo in seguito, lo stesso criterio viene applicato dalle banche per misurare il grado di affidabilità di un’Azienda che richiede un prestito.

La valutazione.

Tornando al giudizio, questo viene periodicamente aggiornato e convenzionalmente espresso con delle lettere. Saltando le valutazioni intermedie, la valutazione AAA (detta tripla A) esprime un’affidabilità estremamente alta, mentre la valutazione D è il gradino più basso della scala ed indica una situazione di default (prevedibile fallimento) per mancato pagamento dei debiti alle scadenze. Sono i cosiddetti “titoli spazzatura” che vengono comunque acquistati dagli investitori a prezzi irrisori, in ottica speculativa, con la prospettiva di un successivo, anche se parziale, pagamento  alla nuova scadenza determinata in sede di un piano di ristrutturazione (nuovo scadenzamento) del debito.

Il rating.

Il giudizio (rating) è accompagnato da una previsione (outlook), basata su uno studio di mercato, sulla direzione e l’orientamento di un prodotto, o, nel nostro caso, di un soggetto istituzionale.

A febbraio 2019, il rating espresso dall’ Agenzia Fitch è BBB (tripla B), con outlook negativo.

Qualche dato storico sull’andamento dello spread e sulla sua sensibilità ai fattori innanzi indicati. Dal 2011 ad oggi  (nove anni), si sono succeduti cinque governi. Lo spread massimo è stato di 400 punti (il debito ci è costato, rispetto alla Germania, 4% in più all’anno) quello minimo di 90 punti.. Quello al 25 febbraio 2019 è di 265 punti (2,65% in più all’anno). Una considerazione meramente tecnica: si tratta di interessi che l’Italia paga in più, sottraendo risorse al suo sviluppo.