Lettera a mia madre.

Mamma, non avrei mai immaginato di scrivere di noi pubblicamente.

Non ti farà piacere, credo.

Tu, così riservata e schiva, solitaria ed introversa. I sentimenti non si mostrano, i figli piccoli si baciano quando dormono, ti diceva tua madre. Tu non lo facevi mai.

Ancora una volta ti ho disobbedito, questa tua figlia ribelle, nata dopo così tanto tempo dalla prima per scelta. Il lavoro lontana da casa non ti consentiva di crescerne due contemporaneamente, mi ripetevi sempre.

Io, l’altra te. La burrascosa, l’impertinente, in perenne rifiuto delle tue regole. Non le capivo e tu non me le spiegavi. Dovevo accettarle e basta. Mia sorella ti adorava, le tue regole le piacevano, eravate una cosa sola voi due. A tua immagine e somiglianza, tanto che quando vi capitava di litigare non vi parlavate per giorni. Poi, lei, dispiaciuta per te, veniva a bussarti, solo pochi passi di distanza e vi abbracciavate piangendo.

Io non ho mai pianto davanti a te, neanche nel periodo della tua malattia.

Tu non mi accettavi, ero la tua spina nel fianco, sposata a diciannove anni senza aver conseguito la laurea. Non capivi perché avessi fatto questa scelta.

Semplice, volevo andare via da casa, perché stavo stretta con tutti quei divieti. Ai tuoi, si erano aggiunti quelli di papà.

Avevo sofferto tanto in quegli anni, volevo le tue attenzioni, ma tu eri distratta da altro, dal tuo lavoro di insegnante elementare che amavi più di te stessa, dalla casa, dalle pulizie quotidiane, dai litigi con papà. E poi, questa tua figlia piccola era capotosta, indipendente, teneva testa a chiunque.

Avevo imparato a difendermi, a soffrire piangendo nascosta nell’angolo di un bagnetto di servizio. Mi sentivo inutile, diversa, sbagliata. Neanche quando verso i dodici tredici anni ho avuto “un’amica” sono riuscita a parlarne. Avevo vergogna e paura. La mia solitudine aggravata dai cambiamenti del corpo, che mi facevano sentire goffa e sgraziata. Facevo finta di non soffrire, sempre più chiusa in me stessa. Durante il primo anno di liceo presi delle pillole, volevo addormentarmi per sempre. Da sprovveduta qual ero, ne presi solo tre e passai la giornata a dormire. A sedici anni conobbi il primo amore, a cui mi affidai completamente e con cui decidemmo di mettere su famiglia.

Mi accompagnasti nella mia esperienza di mamma così come avevi fatto per mia sorella. Amavi le tue nipoti ed eri orgogliosa di loro.

Siamo sempre state in contrasto. Eri severa nei giudizi e nei fatti.

La mia ultima scelta è stata per te lacerante. Scegliere, dopo la separazione, un uomo tanto più grande di me ha fatto sì che io quasi non esistessi. Ma io, l’altra te, sono stata tenace, come il tentacolo di un polpo. La domenica ero, insieme a Eugenia e Alessia, sempre lì a mangiare con voi. Natale, Pasqua, i compleanni, stringevo i denti di fronte al vostro rifiuto e non vi davo tregua. Ti telefonavo mattina e sera ed il telefono squillava per tanto tempo prima che qualcuno si decidesse a rispondere. Due parole, Eugenia e Alessia come stanno. Click.

Avrei voluto piangere, urlare, disperarmi. Qualche volta lo facevo, senza farmi vedere da nessuno.

Capitò che papà si ruppe il femore mentre era in giro per la sua amata campagna. Restò tanto ore prima che qualcuno lo soccorresse, prima che mia sorella e ‘Ngiulina riuscissero ad infilarlo in auto. Sentivo una pena infinita a immaginarlo disteso nell’erba, da solo, ad urlare aiuto. Passai la notte prima dell’intervento ai piedi del letto, su una sdraio, insieme a Marisa. Anche lei era una figlia che attendeva l’operazione del padre. Parlai tutta la notte, raccontandole la mia vita, dai sentimenti di bambina orgogliosa del suo papà, al dispiacere per aver deluso sia lui che te, alla sofferenza che avevo perché voi mi rifiutavate. Smisi di parlare solo alle prime luci dell’alba. Chissà se nel frattempo Marisa non si fosse addormentata.

Più tardi mi avvicinai a papà e gli feci una carezza sulla fronte. Era alta e stempiata. Gli sfiorai la guancia. Lui, senza aprire gli occhi, mi disse: stanotte ho sentito tutto, ero sveglio.

Ebbi vergogna, ero stata un fiume in piena.

Questo fu tutto per allora, ma in occasione del Natale la mia corsa al vostro inseguimento finì. Vi avevo raggiunti.

Iniziò il periodo più dolce della mia vita.

Ma abbiamo avuto poco tempo per stare insieme in un modo diverso. Il destino ha voluto che ti ammalassi di una malattia terribile: tumore al cervello. Eri caduta un po’ in depressione, cercavi sempre la mia compagnia, volevi che mi occupassi dei tuoi acciacchi.

Sbagliavi le parole, mi raccontavi che volevi dire lampadina e pronunciavi telefono, che la settimana enigmistica non riuscivi più a farla.

La scoperta della malattia ci ha lasciati inebetiti, senza parole. Consulti veloci poi la scelta di farti operare. Il liquido premeva così tanto sul cervello che non riuscivi più a parlare. Tu questo non potevi accettarlo, tu che avevi insegnato a leggere e scrivere, mi afferravi le mani e me le artigliavi, guardandomi fisso. Dovevo fare qualcosa.

Subito dopo l’intervento, ci volle un mese prima che riprendessi a pronunciare una frase. Nel frattempo eri arrabbiata con me, perché ti avevo detto che con l’operazione avresti parlato. Glioblastoma, un tumore raro alla tua età, un tumore dei bambini. Prima di dimetterci, ci dissero che saresti vissuta sette mesi.

Sono stati i setti mesi più belli e più atroci della mia vita.

Ti amai di un amore che non conosce aggettivi, fosti mia figlia, io la mamma dolce che non avevi avuto.

Il destino fu veramente crudele aggiungendo al male le metastasi alla colonna vertebrale. Fui forte di te, della tua accettazione al dolore. Ti portavo dovunque tu potessi trovare un po’ di sollievo. Andavamo in ospedale a fare la radio camminando lente, strette sotto al braccio, le teste vicine vicine, tu sempre con l’inseparabile borsetta a mano. Mamma e figlia come non eravamo mai state.

Non ti avrei mai conosciuta mamma, se fossi morta con una malattia fulminante. Non avremmo mai trascorso le notti sveglie perché il cortisone non ti faceva dormire. Non mi avresti mai raccontato delle notti trascorse con tuo padre, appena cinquantenne, a cercare di alleviargli il dolore per un tumore allo stomaco. Almeno io ero grande, tu avevi meno di vent’anni ed il ruolo di capofamiglia già pronto.

Non mi avresti mai detto, prendendomi il viso tra le mani, “io non pensavo che tu mi volessi così bene”.

E allora io, mamma, devo dare un senso a tutto questo nostro dolore e amore insieme.

Quei setti mesi valgono l’amore di una vita intera, ma non smetterò mai di sentire la tua mancanza. Resterò per sempre in attesa di te.

Mi hai resa ricca mamma, regalandomi il tuo dolore. Non sarei mai stata la donna che sono oggi.

Mi sono lanciata in questo progetto di casa virtuale, il mio vuole essere un messaggio di positività e di coraggio.

Non so se l’avresti approvato. Mettersi a nudo è doloroso e non è detto che a chi legge piaccia.

Quando la sera vado a dormire, guardo sul comodino la foto tua e di papà.

Ti chiedo “Mamma, che dici, sto facendo bene?”

La risposta non ce l’ho, ma vado avanti, sperando di renderti orgogliosa di me.