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Le sorprese di Enrico.

Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

Il primo litigio che ebbi con Enrico fu a causa di un mazzo di fiori.

Ero così entusiasta di lui che mi era presa la smania di mostrarlo. Come un gioiello o un vestito nuovo. Un giorno volli fargli conoscere un’amica a cui tenevo in modo particolare. Venne a prendermi in auto sotto casa. Scese come sempre per aprirmi lo sportello. Sul sedile posteriore vidi un bouquet di rose arancioni.

Non dissi nulla. Ero nella fase in cui per timore di fare brutte figure stavo zitta.

Passammo a prendere Luciana per un aperitivo.

Scendemmo entrambi per salutarla. Subito dopo, lui prese i fiori e glieli offrì. Vidi l’espressione della mia amica, di sorpresa ma anche un po’ di imbarazzo. Io ero tra lo stupore e l’irritazione.

Lui ricambiava i ringraziamenti con ampi gesti delle mani, un sorriso affabile e parole cortesi.

Trascorremmo un’ora in compagnia. Enrico parlò ininterrottamente e si interessò a Luciana. Io restai turbata. Non riuscivo a capacitarmi di quel mazzo di fiori.

Quando fummo soli, gli chiesi spiegazioni. Mi disse che era un’attenzione verso di me. Poiché lei era mia amica, lui aveva voluto renderle omaggio. Questo passaggio non riuscii a capirlo. Mi spiegò pure perché le avesse scelte arancioni!

Avrebbe almeno potuto dirmi di quel pensiero durante il tragitto in auto. Voleva farmi una sorpresa, disse. C’era riuscito, ma non nel senso che diceva lui.

Mi accorgevo di essere diventata possessiva. Riceveva molte telefonate, a volte rispondeva a volte no. Cercavo di cogliere qualche segnale.

Prima di conoscere Enrico mi piaceva fare le cose da sola, ora cercavo sempre la sua compagnia. Grazie al lavoro che mi aveva procurato, avevo molto più tempo libero e desideravo trascorrerlo insieme.

Mi mancava quando non ero con lui.

Il nostro rapporto aveva assunto una sorta di routine.

In genere era lui a dettare tempi e proposte, in relazione anche ai miei impegni con Emanuela. Io accettavo sempre. Ero comunque in soggezione e timorosa di fare qualcosa di sbagliato.

Quando non eravamo insieme gli scrivevo lunghi messaggi. Il pensiero che la mattina in tribunale o sul lavoro incontrasse qualcuna che potesse piacergli mi turbava. Allora facevo sentire la mia presenza.

Una volta gli scrissi che avrei voluto essere un uccellino e stare nel taschino della sua giacca, nascosta. Ne ero tanto innamorata che avrei voluto spiarlo per vederlo muoversi e parlare in mezzi agli altri. Avrei voluto bearmi di lui. Situazioni immaginarie, certo, perché elementi reali non ne avevo.

Dopo averlo letto mi telefonò. Aveva una voce calda ed un tono lusingato, rideva di allegria e soddisfazione, mi disse che mai nessuno nella sua vita gli aveva detto una cosa così bella.

“Angela, stasera festeggiamo. Ce la fai ad organizzare per restare a dormire fuori? Andiamo a cena e ci fermiamo nel nostro angolo di paradiso, ti va? Fa caldo, possiamo restare sul terrazzino a guardare le stelle e sentire il rumore del mare. Domani mattina ti accompagno direttamente da Alberto.”

Certo che mi andava. Dovevo vincere la vergogna di chiedere ad Emanuela di restare a casa della sua migliore amica per la notte. Tra mille esitazioni lo feci, le dissi che andavamo ad una festa, un invito all’ultimo momento. Non ci fu bisogno di molte parole, lei mi facilitò il compito, “mamma vai, non ti preoccupare. Lo sai che Elisa vorrebbe che io mi trasferissi addirittura nella sua stanza? Dice che sono la sorella che ha sempre desiderato!”

Ero un po’ in agitazione, dovevo fare in fretta e volevo essere bella per Enrico.

Andai dal parrucchiere e poi mi fermai a comprare una matita per le labbra ed un rossetto. Nel pomeriggio sarei tornata allo studio e avrei portato con me abito e scarpe per la sera. Enrico era stato felice quando tutta eccitata gli avevo confermato l’appuntamento.

Il mio cervello lavorava veloce. Avevo già scelto cosa indossare. Vestito nero stretto in vita, a bustino con gonna a palloncino. Mi faceva un bel seno. Sandali gioiello ai piedi.

Le mise dei matrimoni ogni tanto tornavano utili!

Fu una serata bellissima.

Aveva prenotato in un ristorante sulla spiaggia. Il nostro tavolo era vicino agli scogli e lo sciabordio delle onde contribuiva a rendere magica l’atmosfera. Enrico mi corteggiò per tutta la durata della cena. Stranamente, non aveva voluto sedersi di fronte a me, ma accanto. Mi parlava quasi all’orecchio. Giocò con la mia mano, disegnandone il contorno con il dito.

Insistette per farmi bere del vino bianco fruttato. Per farlo contento accettai. Mangiammo una tartare di ricciola e pesce crudo. Mi sforzai. Ero un po’ brilla, ridevo. Mi sentivo la testa leggera.

Fui su un materassino gonfiabile sul terrazzino di Enrico. Le stelle su di me. Mi sembrava di poterle toccare. Una sensazione di libertà assoluta. Lui era in ginocchio, mi baciava il palmo della mano, il polso, scendeva con le labbra lungo il braccio facendomi il solletico.

Lo lasciavo fare, ero cedevole, non avevo una volontà mia. Era bello lasciarsi andare. Indugiò nello baciarmi dappertutto. Stavo troppo bene. Sentivo l’aria del mare nelle narici.

Eravamo un tutt’uno con la natura che ci circondava. Mi condusse dolcemente nell’ansia del desiderio. Di nuovo la smania di possederlo. Quando si sdraiò su di me, la sua guancia era morbida e rassicurante. Sentivo appena un accenno di barba. Ci perdemmo nei nostri corpi.

(11 continua)

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