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Le chiavi di casa.

Le chiavi di casa.
Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

Le chiavi di casa…

Iniziai a pensare che Enrico fosse l’uomo che stavo aspettando, per il quale avrei potuto compiere un passo importante. Certo era un’ idea mia, a lui non l’avrei mai detto.

C’erano delle cose che non capivo.

Una sera venne a prendermi dicendo che aveva una sorpresa per me. Immaginai volesse farmi conoscere qualcuno della sua famiglia, forse addirittura la mamma, e non me l’avesse detto per non mettermi in agitazione.

Una volta, mi aveva portato a far vedere la casa dove abitava dall’esterno. Molto bella, con un giardino grande e ben tenuto. Prato all’inglese.

Mi vestii “graziosa”. Enrico era contento.

Mi accorsi quasi subito che il programma era diverso. Parcheggiò l’auto sotto un palazzo signorile non molto lontano dallo studio di Alberto.

Mi aprì lo sportello.“Ti voglio mostrare una cosa.”
Prendemmo l’ascensore e ci fermammo al quarto piano.
Aprì la porta e mi fece entrare per prima. Un piccolo ingresso dava su una grande stanza cucina soggiorno arredata.
Enrico alzò le chiavi all’altezza del mio viso : “E’ nostra. Questa sono le tue.”

Sorrisi ma non ero contenta. La mia mente si era già lanciata in mille pensieri alla ricerca di un significato. Mi aveva preso alla sprovvista.
Forse, lui percepì qualcosa. Mi condusse a vedere più dettagliatamente l’appartamento. Funzionale e moderno.

“Vedi, questo è un ambiente unico, qui c’è la camera da letto ed il bagno. L’ho preso in affitto per comodità. Da qui sei vicina allo studio di Alberto e quando Emanuela non c’è ti puoi fermare, da sola o con me. Dobbiamo sentirci liberi. Per ora è meglio così, abbiamo un posto dove poter trascorrere del tempo insieme indisturbati. Se la nostra casetta al mare fosse stata più vicina non ce ne sarebbe stata la necessità. Potremo scoprire quanto stiamo bene insieme, eh Angela? Sei d’accordo?”

Annuii, restando pensierosa e turbata. Ma mi riscossi e rimandai tutto a quando fossi stata da sola a casa.

L’appartamento era carino. Ben arredato con mobili in legno chiaro e vetro. Un ampio divano di velluto rosa antico. Enrico aveva riempito il frigo: prosecco, campari, succhi di frutta. Da mangiare una confezione di parmigiano in monoporzione, olive verdi, piccoli tramezzini farciti, bocconcini di bufala.

Mi disse di sedermi che avremmo brindato a questo nuovo inizio. Presi posto sul divano ed in un attimo Enrico versò il vino e preparò dei piattini di cibo. Mise un cd di Sinatra. Svuotai la testa dai pensieri.
Brindai con lui, che subito dopo cercò le mie labbra. “fly me to the moon… let me play among the stars…”.

Lo amavo.

Eravamo noi due, soli. Potevamo essere ovunque: una spiaggia isolata oppure il deserto, in una casa pieni di tappeti, le tende danzanti nel vento a dividere le stanze. Lo baciai a lungo e giocai voluttuosamente sulla sua bocca. Piccoli morsi alternati a leggere carezze.

Aggressiva e dolce. Potevo essere come lui mi voleva. Anche di più.

Gli tolsi il bicchiere di mano ed iniziai a sbottonargli la camicia. Spaziai con le mani sul torace, accarezzandolo. Mi chinai a baciargli il seno. Lentamente, prima uno poi l’altro, sentivo i suoi piccoli fremiti, forse non se l’aspettava o forse aveva già capito tutto, gli feci il solletico con le labbra aperte scivolando su e giù fino alla cintola. Lo spinsi indietro, supino, continuai a sbottonarlo infilandomi tra le sue gambe. Lo liberai e con le mani gli percorsi il corpo.

Mi spogliai velocemente, il vestitino immaginato per presentarmi alla sua famiglia, mi facilitò il compito.

Fui su di lui, sentii che sussurrava il mio nome e con le mani mi teneva i fianchi. Eravamo bagnati ed appiccicosi. Lo baciai ancora, sul viso, sulle palpebre, sulle labbra. Quando il suo respiro diventò affannoso, mi abbandonai su di lui. Mi abbracciò stretta, ero sudata. La stoffa del divano metteva calore.

Decisi di farmi una doccia. Enrico aveva provveduto a tutto.

Ritornai in salotto con l’accappatoio e finimmo il nostro spuntino. Non ci sarebbe stato bisogno di riordinare. Un paio di volte alla settimana sarebbe venuta una signora per le pulizie.

“Angela, io desidero che tu ti senta bene, senza pensieri e preoccupazioni. Qualunque cosa di cui tu abbia bisogno, non esitare a chiedere. Io ti voglio nella mia vita e tu?”

“Anche io….” Lo fissai: “Mi sono innamorata di te.”

“Oh, Angela, quanto sei dolce!” Mi accarezzò il viso, ero un po’ triste, come quando non mi sentivo compresa. Il pensiero andò ad Emanuela, la mia certezza. Volevo tornare da lei e abbracciarla.

Lo feci appena arrivai a casa. Nonostante fosse piuttosto tardi, le chiesi di preparare una torta insieme. Non aspettammo nemmeno che si raffreddasse, la mangiammo calda, scottandoci le dita. Era buonissima e profumava di cose buone. Mi rinfrancai.

Quando fui a letto, avevo già razionalizzato. Non dovevo trarre conclusioni affrettate.

Enrico aveva voluto semplicemente tenere i nostri sentimenti riguardati da possibili interferenze.

Ci sarebbe stato il tempo di fare tutto con calma.

(12 continua)

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