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L’amore è un moto dell’anima.

Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

Io e Enrico non eravamo mai stati tanto tempo insieme.

Tra noi ci fu anche qualche momento di imbarazzo. O, almeno, io lo percepii così.

Era tutto nuovo. I nostri abiti appesi vicini nell’armadio, un’intimità diversa. Mi domandavo continuamente cosa pensasse. Non avevo ancora avuto il coraggio di chiedergli se avesse detto la verità alla sua famiglia sulla vacanza.

Il giorno del mio compleanno fu splendido. Fiori, torta con le candeline, champagne.

A bordo, quella sera avevano organizzato uno spettacolo teatrale. Avevano appena finito di ballare il sirtaki, quando all’improvviso si fece silenzio ed apparvero le immagini della scena finale del film “Zorba il greco”.

Si alzò la voce del protagonista: “… hai tutto meno che una cosa: la pazzia. Ci vuole un po’ di pazzia se no non potrai mai strappare la corda ed essere libero.”  L’amico rispose: “Insegnami a ballare.”

Sentii un brivido. Il ballo lo ricordavo bene. Mi aveva sempre attratta. La musica cadenzata e lenta, il fascino dell’attore. Ma la storia no, né avevo colto il significato di quelle parole, forse ero troppo giovane quando l’ avevo visto.

Ripensai alla frase, allo strappo della corda. Voleva dire di osare e rompere gli schemi?

La voce di Enrico mi riportò alla realtà, proponendomi di prendere posto ad un tavolo appartato. Lo spettacolo era finito. Voleva parlarmi.

Mi teneva la mano e pensai che non poteva essere una cosa brutta. Non nel giorno del mio compleanno. Sentivo il cuore battere forte.

Ordinammo da bere. Un vino passito per me ed un whiskey per lui. Soffiava una piacevole brezza.

Enrico mi guardò con occhi teneri:

“Angela è da tanto tempo che non sto così bene insieme ad una donna. Parlo in senso generale, non mi riferisco ad un aspetto specifico. Tu hai fatto sì che io ritornassi a sognare. Nella mia vita ho amato sempre, anche quando le storie sono durate poco. L’amore è un moto dell’animo, vive di per sé. La voglia di stare bene insieme, godere delle cose belle, essere felici. Un sentimento da tutelare, che non deve essere maltrattato da pensieri negativi o da problemi quotidiani. Vedi, io non ti parlo mai di lavoro, di mia madre, dei miei figli che mi cercano solo quando hanno bisogno. Perché farsi turbare quando esistiamo solo io e te, lontani da tutti? Che c’entrano con noi? Io mi sono innamorato di te, ho fatto una scelta importante prendendo un appartamento in affitto. Non l’ho mai fatto per nessuna. Però  voglio proteggere il nostro amore dal mondo esterno. Se tu fossi venuta a casa, questo non sarebbe stato possibile.”

Lo guardavo parlare, mi aveva detto delle belle parole. Perché non ero contenta?

Il solito problema, non sapevo aspettare, non sapevo vivere cogliendo l’attimo. Avevo il mio sogno di famiglia da realizzare.

In fondo, ero rimasta la ragazza che sognava il matrimonio con l’abito bianco e l’Ave Maria, il viaggio di nozze, i bambini, la vita da “signora”.

Enrico aveva ragione, gli sorrisi. Era molto più saggio di me.

Dovevo mettere da parte la mia ansia.

“Enrico, che cosa ti piace di me?”

“Tutto, mi piace tutto. La freschezza dei tuoi sentimenti, che a tratti si manifestano audacemente e a tratti si ritraggono, il tuo stupore di fronte alle cose, il tuo stare in silenzio, a volte sovrappensiero. Però il viso e gli occhi non hanno segreti, ho imparato a leggerti! Ah, ah! Perciò attenta!”

“E a te cosa piace di me?”

Me l’ero cercata! Un respiro profondo:

“Mi piace cheeee….” alzai lo sguardo al cielo,

“quando sto con te mi sento in un porto sicuro, dove non mi può succedere niente di brutto; mi piace che spesso dai alle cose una lettura diversa dalla mia e questo alle volte mi tranquillizza ed alle volte mi preoccupa.  Mi piaci perché previeni ogni mio desiderio, perché mi riempi di attenzioni, mi coccoli e, sì, mi piaci anche perché decidi.”

I suoi occhi si illuminarono come luci psichedeliche.

“Come vedi, il mio elenco è più lungo del tuo”, aggiunsi, guardandolo fisso.

Quella notte ci amammo come mai fino ad allora. Non ci furono ombre né fantasmi. Enrico fu stupendo, seduto su di me,  percorreva il mio corpo con i polpastrelli. Era un amante raffinato ed esperto.

Quella notte fare l’amore fu abbandono e gioco di potere insieme, in un alternarsi veloce di ruoli; fu possesso e appartenenza;  fu rispetto e riconoscimento del valore reciproco. Un piacere che annullò ogni barriera, lasciandoci nudi ed indifesi l’uno nelle braccia dell’altro.

(15 continua)

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