La riunione di famiglia.

La domenica mattina io e lei pulimmo e cucinammo. Apparecchiammo con la tovaglia di lino ed i piatti bianchi. Ci facemmo belle.

Alle 12.30 Giorgio bussò. Andammo insieme ad aprire e per prima cosa vedemmo un grande mazzo di fiori. Nell’altra mano un sacchetto con una bottiglia di vino.

Presi i fiori ed Emanuela si infilò tra le sue braccia. Si assomigliavano. Li guardai e mi commossi. Giorgio era diverso da come lo ricordavo: più uomo, un’aria sicura, occhi dolci. I capelli erano rimasti un po’ riccioluti, lo facevano sembrare più giovane.

Ci abbracciammo, senza imbarazzo. Mi piacque il suo profumo. Fresco, agrumato.

A tavola fummo disinvolti. Brindammo al nostro stare insieme. Si affacciò il pensiero di Enrico. Lo scacciai.

Emanuela fece un figurone con i suoi tortini. Giorgio la guardava muoversi e parlare con occhi orgogliosi.

Ad un certo punto, mentre lei serviva il dolce, chiuse la sua mano sulla mia e disse: “Le mie donne.”

Subito dopo, iniziò a raccontare la vita di quegli anni, turbolenta all’inizio, poi via via più lineare. Tanti amori, molte esperienze fino a quel giorno in cui scoprì di avere un linfoma. La vita cambiò prospettiva. Si accorse di quanto tempo, sentimenti e salute fossero “oggetti” da salvaguardare e coltivare. Fortunatamente tutto si era risolto per il meglio.

“Perciò eccomi qui, il primo pensiero siete state voi. Senza saperlo, mi avete aiutato ad uscire dal tunnel. La certezza di dovere a mia figlia qualcosa di più del sentimento tiepido che le avevo dato fino ad allora, mi ha fatto prendere la decisione di trasferirmi. L’occasione è stata l’apertura di una nuova filiale aziendale in zona. Anche con te Angela, sono stato mancante. Ti ho lasciata da sola, iniziando dalla gravidanza. Perdonami, ero troppo giovane e non sapevo cosa volevo. Sei stata forte e coraggiosa ed hai fatto pure la mia parte. Grazie per non aver espresso giudizi negativi su di me. In questi anni non ho mai sentito che Emanuela mi disapprovasse. E grazie anche per l’accoglienza di oggi.”

Mi guardò, gli occhi lucidi di commozione. Mi accarezzò la mano. Era sincero. Sentii affetto e stima verso di lui. Aveva uno sguardo limpido e trasparente. Rividi gli occhi di Enrico, vigili e sempre impegnati a fare qualcosa. Affascinare, controllare, disapprovare. Ridere, illuminare, amare.

Ci spostammo sul divano a prendere il caffè e subito dopo Emanuela ci lasciò soli, con la scusa di telefonare alla sua amica Elisa.

Gli raccontai tutto, quasi tutto.

Avevo bisogno di trasferire a qualcuno il fardello doloroso di quei giorni, insieme a ciò che era stata la mia vita in quegli anni. Il senso di precarietà di cui non mi ero mai liberata, la preoccupazione per Emanuela ed i dubbi sul ruolo di mamma.

L’arrivo di Enrico, l’amore, la delusione.

Mi ascoltò, dapprima in silenzio.

“Non essere precipitosa nelle conclusioni” disse alla fine. “Sebbene, non nascondo che nel mio cuore nutro la speranza che io e te potremmo riprovarci. Siamo due persone diverse oggi ed abbiamo Emanuela, la nostra donnina.”

Non mi aspettavo che fosse così sincero ed anche tanto umile. Né io potevo nascondere di aver pensato a lui in questo senso nei giorni appena trascorsi. Non era stato un caso che Emanuela ci avesse fatto ritrovare. L’uomo che avevo conosciuto oggi, il padre di mia figlia, mi piaceva. Avrei risolto tutti i problemi se avessimo scoperto di stare bene insieme. Avremmo pure potuto allargare la famiglia. Una sensazione di dolcezza si impadronì di me.

Un desiderio che avevo già sentito verso Enrico, ma non glielo avevo mai detto, a cosa sarebbe servito? A sentirmi rifiutata ancora di più.

Una piccola divagazione, ritornai al presente.

Fui sincera anche io. Tradussi in parole ciò che avevo appena pensato.

Il bip del telefono mi segnalò l’arrivo di un messaggio. Enrico aveva la virtù di essere sempre tempestivo, una sorta di sesto senso.

“Come sta il mio amore dopo pranzo? Mi manchi, la vita senza te è il buio della notte:”

Come eravamo diversi! Plateale nelle parole e nei fatti. Sorrisi involontariamente. Forse, nonostante la rabbia, anche a me mancava.

Trascorremmo tutti una bella giornata.

La sera Enrico mi telefonò. Non provai alcun senso di colpa a nascondergli il pranzo insieme a Giulio, soprattutto dopo aver saputo che il giorno successivo aveva un impegno di lavoro prestissimo.

Chissà se era vero!

(Continua 21)

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