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La protesta.

Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

Sono nata protestando. Per forza, pesavo quattro chili! Mia mamma mi raccontava che avevo il viso congestionato, rosso scuro, le guance cascanti quasi a toccare le spalle. Un mastino, a suo dire. Non avevo smesso di piangere per giorni interi, urlando disperata. Per rendermi più chiaramente l’idea di quanto fossi stata problematica e fastidiosa sin dal primo giorno di vita, aggiungeva che uno zio, zi ‘Ngiulino, quando era andato in ospedale a farle visita, era scappato via subito, dicendo scio’ scio’ cicciove’ (civetta, simbolo di malaugurio), disturbato dalla visione e dal pianto incessante. Mentre raccontava, mamma strizzava gli occhi ed il naso e contemporaneamente la bocca disegnava una smorfia di disappunto.

Nel caso parlasse di mia sorella Maria, di quasi nove anni più grande, la voce si addolciva ed il viso esprimeva rammarico e preoccupazione, poiché la bambina era nata sottopeso, e non avendo la forza di succhiare, si addormentava vicino al seno. Una “micella” ossia una gattina, diceva descrivendola. Lei era costretta a tirarsi il latte per darglielo con il biberon.

Maria è stata cresciuta e trattata come un oggetto prezioso, delicato, i vestitini più belli. Di lei ci sono delle foto insieme a mamma, da sole, una più elegante dell’altra, in tailleur con longuette e giacca attillata mamma, con cappello a tesa larga la piccola, raffinate e graziose, in braccia, per mano, poi insieme a papà e perfino con la nonna paterna, di cui portava il nome.

Io da sola con mamma manco una e neanche con papà. Il destino dei secondi figli!

Non era neanche colpa mia se pesavo quattro chili! Il ginecologo, memore di mia sorella sottopeso, aveva prescritto a mamma ricostituenti e preparati multivitaminici!

Protestavo quando mio padre mi trascinava per il braccio lungo il corridoio dell’asilo dalle suore. Nel tentativo di ostacolarlo, mi mettevo quasi seduta a terra e lui era costretto a strattonarmi. Non ci volevo andare, le suore erano cattive, ricordo che un giorno ricevetti uno schiaffo e fui sgridata perché avevo il naso che colava e, invece di pulirmi subito, avevo continuato ad infilare i chiodini nel mio rettangolo di plastica per completare il disegno.

Facevo così tutte le mattine, ed i miei genitori, allora, decisero di mandarmi a scuola che non avevo compiuto ancora cinque anni.

Non mi lamentai più, fui da subito la prima della classe, brava, ordinata, obbediente, sedevo nel banco di fronte alla cattedra e la maestra, Maria Pia, collega dei miei genitori, mi guardava con affetto ed attenzione. Mi piaceva scrivere pagine e pagine di letterine, grafia tonda e pulita.

Non mi ricordo quando me ne accorsi. Il primo e il secondo anno sicuro no, ma mia madre aveva l’abitudine di prepararmi per merenda due fette di pane con la mortadella. La mia cartella, la stessa per tutti i cinque anni, alla fine del ciclo sapeva di rancido!

Alle undici, le prendevo dalla cartella avvolte da un fazzolettino di carta già mezzo aperto, e le regalavo ad Immacolata, una mia compagna di classe, orfana, che viveva dalle suore dell’asilo. Ricordandomi di quello che avevo passato, pensavo soffrisse molto. Ottenevo così un doppio risultato: mi liberavo di quel pane che mi faceva soffrire e compivo una buona azione. Immacolata insisteva per dividerle con me, ma io non le volevo. Ero arrabbiata perché desideravo il panino comprato in salumeria oppure le patatine, come quasi tutti i miei compagni.

Loro mi diedero il soprannome di patatina. Chissà se il nomignolo fu ispirato dalla mia forma tondeggiante oppure dal continuo desiderio di patatine.

Eppure stavo sempre attenta a non farmene accorgere: quando qualcuno me le offriva non ne prendevo mai più di due o addirittura, certe volte, mi costringevo a scuotere la testa e dire no grazie.

Protestavo perché nessuno mi capiva: la carne arrostita la dovevo mangiare ben cotta perché così piaceva a mamma, ma era troppo secca e così, poco alla volta, la lasciavo cadere al gatto sotto la mia sedia. Erano tutti troppo impegnati a discutere, nessuno se ne accorgeva. Mi venne un’anemia terribile, avevo sempre mal di testa, però finalmente mia mamma seppe che la carne dovevo mangiarla al sangue. E non è che io non avessi provato a dire che non la volevo così cotta!

La mattina dovevo bere il bicchiere di latte che mi lasciava sul lavandino. Mi metteva tristezza. Solo, nell’angolo sotto al muro per evitare pericoli di rovesciamento. Non c’era mai un biscotto.  Allora lo svuotavo, certa di fare un dispetto a lei, che ad un certo punto smise di prepararlo.

Alle scuole medie, sebbene venissi dal paese e fossi sempre la più piccola, divenni rappresentante di classe.  Continuai anche al liceo. Se c’era da discutere con i professori per lamentarsi, chiedere qualcosa o sostenere un’idea io ero sempre pronta. Con il preside anche. Ero combattiva e spavalda. Mi sentivo forte e pensavo di non aver paura di niente. Che scema!