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La favola di ‘Ngiulina.

ngiulina
Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

Vicino casa, ad un centinaio di metri in linea d’aria, posta in una posizione più alta, c’era una casupola composta da una stanza sola. Su due livelli.

Era praticamente il ripostiglio degli attrezzi di ‘Ngiulina (nella foto), che aveva il terreno confinante con il nostro.

Il piano inferiore della casupola ospitava i conigli, che lì avevano vita prospera, mentre da noi, spesso, morivano da piccoli. Papà non se n’è mai fatto una ragione ed ad un certo rinunciò ad allevarli.

Soprattutto d’estate, mi aggiravo liberamente per la campagna. Era il mio passatempo preferito. Vagabondavo, osservando la natura circostante, a caccia di cose interessanti.

Per raggiungere la casupola occorreva percorrere un sentiero lungo e stretto. Lo attraversavo divertendomi a mettere un piede davanti all’altro e tenermi in equilibrio con le braccia aperte. Al massimo, potevo ruzzolare sul terreno sottostante, dove le zolle di “terraleva” (termine dialettale usato per indicare un terreno friabile e cedevole, adatto alla coltivazione degli ortaggi o dei cereali) avrebbero attutito la caduta!

Il sentiero passava davanti ad un pozzo tentatore, a cui avevo il divieto assoluto, mai rispettato, di affacciarmi, perché altrimenti la “marasica”, una sorta di figura mitologica vagheggiante un serpente, mi avrebbe tirato giù. Subito dopo la “pischera”, acquitrino nel quale gracidavano le rane, nuotando tra le foglie ed i fiori caduti dagli ombrosi alberi sovrastanti. Praticamente, una ruspante piscina di lotus!

Avevo, così, raggiunto la proprietà di ‘Ngiulina, ma la meta era ancora lontana.

Intanto, il cane, parcheggiato davanti alla casupola a guardia dei polli, percependo la mia presenza dal rumore dei passi sulle foglie, nonostante io “mi facessi leggera leggera”, iniziava ad abbaiare.

Impaurita, lo sfidavo, continuando nel percorso. Sfioravo i rami del nocciolo e passavo sotto il grande albero di noci, attenta a guardare per terra alla ricerca di un frutto scampato alla raccolta. Da lì, mi fermavo ad osservare la rudimentale altalena appesa ad un mandorlo, composta da una fune e da un giaccone avvoltolato per sedile.

Da ‘Ngiulina, si poteva essere bambini e giocare.

A seguire l’albero di prugne, dove qualche volta, in combutta con mia sorella, coglievamo i frutti acerbi, scuotendo i rami con una canna. Verdi, duri e croccanti, al primo morso allappavano! Ma a noi, allora, piacevano così! Avevano il sapore delle cose proibite!

Lì accanto il pagliaio, il luogo dei desideri, dove io ed Antonella, mia coetanea figlia di ‘Ngiulina, ci arrampicavamo sulle balle di fieno più alte servendoci dell’impalcatura di “spalatroni” atta a contenerle. Una volta in cima, ci lanciavamo rotolando dal lato in pendenza. Mi sentivo un maschiaccio. Uh, se mi avesse vista mamma!

Imperterrita, nonostante il cane abbaiasse sempre più ferocemente, continuavo a salire.

La casupola di ‘Ngiulina non aveva le caramelle sul tetto né le pareti di cioccolato o pan di zenzero, ma la vecchia porticina che chiudeva la stalla dei conigli con un chiavistello arrugginito costituiva per me un richiamo irresistibile. Speravo di trovarla senza il lucchetto.

Nel frattempo poteva essere che fosse arrivata pure Antonella.

Salivo la scala di pietra esterna che portava al piano superiore e timidamente mi affacciavo, facendomi scudo con un ramo dell’albero di fichi. Stavo attenta a non farmi toccare braccia e gambe dalle foglie, altrimenti avrei passato il tempo a grattarmi.

Il bastardino agguerrito, tirando al limite la catena, mi sparava in faccia i suoi occhi arrabbiati e ballava roteando su se stesso, nel tentativo di liberarsi ed aggredirmi. Poteva bastare. Avevo dimostrato il mio coraggio sfidando l’attacco.

Non c’era nessuno.

Ritornavo, mogia, sui miei passi.

Qualche volta, la voce di ‘Ngiulina, allertata dall’abbaiare insistente del cane, gridava “chi è?, chi è?” dalle gole sperdute dei suoi terreni. Io non rispondevo, perché avrei dovuto gridare per farmi sentire e sicuramente sarei stata scoperta.

‘Ngiulina abitava in paese. Veniva in campagna al mattino presto e se ne andava via tardissimo. Certe sere papà, che riusciva a sentire la sua presenza grazie al rumore della zappa, la chiamava, Ngiulì Ngiulììì, torna a casa! E lei andava via.

Hanno avuto sempre un rapporto speciale loro due, cameratesco. Un rapporto tra maschi.

Si somigliavano papà e ‘Ngiulina. Figli di contadini entrambi, parlavano la stessa lingua.

Si sono sempre scambiati qualcosa, una volta una scala, una volta la pigiatrice, quando vendemmi tu e quando vendemmio io, la raccolta delle olive, delle nocciole, e questo via vai continuo tra il suo terreno e il nostro.

A ‘Ngiulina piaceva tanto parlare.

Quando incontrava papà, iniziava: “Compa’… ma tu..” e via con una serie di domande, consigli, notizie. Lui, che era un tipo sbrigativo, ad un certo punto iniziava a dare segni di insofferenza, spostando il peso del corpo da un piede all’altro

Di lei diceva: “no spezza filo!”

‘Ngiulina ha avuto pane per i suoi denti quando una delle sue quattro figlie si è sposata. Il consuocero parlava quanto e più di lei. Quando vendemmiavano, dai filari si alzavano le loro voci, concitate, facendo a gara a chi riusciva a introdursi nel discorso per prendere la parola e tenerla il più a lungo possibile. Il loro cicaleccio si sentiva fino a casa.

‘Ngiulina ha novantasei anni. Piccola, tenace, volto scavato, mani grandi. Una tempra da uomo.

La sua casupola è stata il mio primo ideale di casa.

Io e Antonella, stanche delle scorribande, andavamo lì a riposarci. Tra mille carabattole, rastrelli, zappe, trappole per topi, scatoli di latta vuoti, cappotti abbandonati, chiodi e martello c’era infilata una panca di legno che guardava sull’unica piccola finestra della stanza. Era la nostra vetrina sul mondo.

Riuscivamo sempre a trovare qualche noce secca ed un tozzo di pane. Ci sedevamo e lì, nella nostra isola felice, ragionavamo di argomenti più grandi di noi.

Mai cibo mi sembrò più buono.