La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte il cappello alla romana viva viva la Befana!

Da piccola mi chiedevo cosa significasse il cappello alla romana.

La prima cosa che facevo appena avevo il libro di lettura tra le mani, più o meno ad ottobre, era cercare la pagina dedicata alla befana. L’immagine di quella vecchina sulla scopa, insieme alla filastrocca che la accompagnava, mi faceva sognare. Volevo credere a tutti i costi che lei esistesse per davvero. Sostenevo la mia tesi con caparbietà, dicendo che se una mamma fosse stata povera ed avesse avuto un solo vestito bianco, scendendo per il camino se lo sarebbe sporcato tutto! I miei compagni più grandi non ribattevano che non ci sarebbe stato alcun bisogno di passare per il camino, ma semplicemente mi liquidavano con “è tua mamma”!

Io mi rifiutavo di crederci. La notte del 5 gennaio me ne andavo a letto, ripromettendomi di restare sveglia. Ci riuscivo solo per un po’ e la mattina mi rimproveravo per aver ceduto!

 Un anno fui veramente felice: ebbi in dono i telefoni con il filo!

Non ci facevo caso: la calza era un calzino corto di papà, o, in alternativa, un gambaletto di mamma, dove c’era sempre del carbone vero.

Babbo Natale per noi non esisteva. Mi rammaricavo che la Befana venisse troppo tardi: non potevi neanche goderti il regalo poiché il giorno dopo dovevamo tornare a scuola.

Un anno, iniziavo ad essere grandicella, eravamo con mamma in visita alla cognata. Mentre loro chiacchieravano sedute al tavolo in cucina, io e mia cugina, coetanee, giocavamo rincorrendoci per le stanze. Eccitate perché la befana era prossima.

In compagnia prese moglie il frate: ci mettemmo alla ricerca delle caramelle per provare che la befana non esisteva!

Mia zia abitava nella casa paterna di mamma.

La stanza che mi piaceva di più era una dispensa a misura d’uomo. Non uno sgabuzzino dove si ammucchiano le cose alla rinfusa, ma un vano pieno di mensole, alcune in muratura, con grossi barattoli di vetro pieni di sottoli, conserve, formaggi e salami appesi al soffitto. Quando entravo, vedere tutto quel cibo mi rendeva contenta, pensavo che se fossi rimasta lì sarei stata al sicuro per sempre!

Io e mia cugina ci mettemmo a cercare di nascosto. Riconoscemmo la bustina con i “ciccio polenta” a noi destinati. Trionfanti, corremmo a mostrare il bottino alle nostre mamme, che si misero a ridere.

Capii immediatamente quanto ero stata stupida: da quell’anno in poi la befana non sarebbe più arrivata!

Non smisi mai di sperare in un miracolo: la notte del 5 gennaio, anche da grande, me ne andavo a dormire con l’immagine della vecchina negli occhi, sperando il giorno successivo di trovare una calza piena di dolci!

Anche quando la “befana” diventai io, non smisi mai di aspettare una calza anche per me!

Sarà che il cibo “coccoloso” mi è sempre mancato!