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Jean Claude Ndayishimiye.

Jean Claude Ndayishimiye
Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

Jean Claude Ndayishimiye è alto, ha mani lunghe che muove in continuazione, uno sguardo onesto e pulito.

Jean Claude è il parroco di Celzi e Petruro, frazioni di Forino, un paesino dell’Irpinia.

Non riesco a chiamarlo Padre né Don. Per me è rimasto il ragazzone che un giorno di circa venti anni fa è venuto a pranzo a casa mia. Seduto tra la parete ed il tavolo, stava stretto.

E’ un po’ dispersivo quando parla, inizia con un discorso, ne introduce un altro, si interrompe accorgendosi di aver dimenticato quello che voleva dire. Alza gli occhi al cielo, cercando ispirazione. Pieno di progetti per il paese natale, sembra sempre sovrappensiero; il suo cervello lavorerà anche di notte.

Arrivò in Italia il 15 gennaio del 1995 che aveva 19 anni, lasciando il Burundi  in balia della guerra civile tra le tribù Hutu e Tutsi.

I contrasti tra queste due etnie me li spiegò lui a modo suo. In piedi, davanti a me, le mani con le palme color caffellatte rivolte verso l’alto, le dita chiuse che colpivano alternativamente ora l’una ora l’altra, nel tentativo di rappresentare i concetti di lotta e supremazia.

Inizialmente il popolo era composto da tre gruppi: uno di pigmei, i Twa, uno di media altezza, gli Hutu e i Tutsi, alti, snelli e senza naso schiacciato. Gli Hutu erano la maggioranza, ma i Tutsi costituivano una minoranza socialmente ed economicamente più forte. Lui è misto, di padre Tutsi.

Non fu proprio così chiaro, perché lui ha le parole che si affollano in bocca, proprio come i pensieri nella sua testa, allora parla come se avesse sempre fretta. Alle volte, improvvisamente si ferma, sospira e cerca di mettere ordine.

Siamo stati a trovarlo in parrocchia. Era tanto che non lo vedevo. Ha parcheggiato la sua auto ultratrentenne in curva, in mezzo alla strada, proprio davanti al cancello della Chiesa. Dopo aver celebrato la Messa, era passato a fare gli auguri per San Gerardo ad alcuni suoi parrocchiani.

Sul tappetino dell’auto, chiusa in un sacchetto tra due piatti di plastica, c’era la cena che gli amici avevano voluto condividere con lui.

E’ rimasto lo stesso, ma ogni tanto nel discorso infila una frase in dialetto irpino che lo rende proprio uno di noi. Ama pure la “sopressata”!

Durante il tempo che siamo stati insieme, il suo telefono ha squillato in continuazione e gli sono arrivati tanti messaggi.

Ha sempre una giustificazione per tutto, minimizza, ho perso il telefono, non riconosco più i numeri, ho detto a tutti quelli che conosco di chiamarmi. In realtà, nelle sue giornate convulse spesso non riesce a decidere a quale cosa dare la precedenza.

Nel 2010 ha fondato un’associazione dal nome simpatico e significativo: “BurundiAmo”. Attorno a lui ci sono tante persone che lo aiutano e gli vogliono bene.

Jean Claude Ndayishimiye ti entra nel cuore, i suoi occhi scuri sono due pallottole. Fanno male, sono occhi imbarazzanti, ti fanno sentire povero ed inadeguato di fronte a tanta umanità e semplicità.

Di fronte a lui, sono stata a disagio nella mia moderna e continua ricerca di appagamento.

Jean Claude ha dignità da vendere. Non ha mai fatto leva sul pietismo né ho mai visto i suoi occhi riempirsi di lacrime mentre racconta. Fa finta di ignorare la sua malattia muscolare degenerativa che mostra già i primi segni. E’ un ottimista, buffo, simpatico ragazzo che improvvisamente diventa serio.

Un paio d’anni dopo esserci conosciuti,  mi raccontò che sua sorella Suzanne era rimasta vedova. Il marito era stato ucciso in un agguato, mentre tornava dal lavoro in campagna su un carro trainato dai buoi. Parlò con rassegnazione, come se quella morte fosse stata una fatalità.

Era rimasta con tre bambini e come tanti abitava in una capanna, dove, quando pioveva, il terreno diventava fango. Grazie alla generosità del mio paese, Montefalcione, nel 2001 lei ebbe una casa di mattoni.

Jean Claude Ndayishimiye fa tante cose per la sua comunità. Collabora con cinque associazioni,  costituite nella Diocesi di Bururi, per la maggior parte da donne, vedove della lunga guerra durata ufficialmente tredici anni. In realtà, mai cessata. Invia fondi per l’acquisto di sementi, mangimi, maialini e capi bovini; per la consulenza di agronomi;  per la manutenzione di macchinari  (trattori e frantoi); per l’acquisto di nuovi terreni; per la costruzione di una sede chiamata “Casa di San Sabino” (patrono di Atripalda, paese che gli ha dato tanto).  Questa è anche un luogo di culto, in quanto ospita il quadro con l’immagine del Santo, benedetta da S.E Monsignor Francesco Marino il giorno 16 settembre 2013.

Il suo obiettivo è che gli abitanti dei villaggi interessati vivano e svolgano sempre meglio le varie attività: l’agricoltura, la pastorizia, l’apicoltura, la produzione di olio di palma sono affiancati da corsi di formazione per imparare l’uso delle attrezzature, migliorare la qualità del miele, apprendere il mestiere del cucito, alimentarsi in modo corretto.

Io e Jean Claude ad un certo punto, per motivi miei personali, ci siamo un po’ persi di vista.

Sapevamo, però, che un giorno ci saremmo ritrovati. Entrambi crediamo che nella vita niente succede per caso.

Per chi volesse saperne di più: www.burundiamoonlus.it