Luoghi e Persone

Io, Franco e la scheggia.

Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

Lunedì pomeriggio. Ero appena uscita dalla palestra ed avevo appuntamento con l’amico e collega Franco da foto Diego. Avevo bisogno di trasformare delle vecchie foto in formato digitale per il mio “editoriale” del lunedì.

Franco lì è di casa per la sua passione per la fotografia. Conosce Diego da quando era piccolo.

Siamo entrati insieme e siamo stati accolti da un coro di “Ue, che bellezza. Saluti a voi”. Io non li conoscevo personalmente. Baci e abbracci per Franco, a cui avevo consegnato le mie foto ed una chiavetta usb.

Lui ha chiamato subito Gessica, una giovane bellezza in miniatura, e, consegnandole il materiale, le ha detto gentilmente ma sbrigativamente, “Mittici ste foto ‘ngoppa a sta chiavetta, viri qua manca no piezzo, scrivi come megghio può fa, anno scolastico 1970-1971. Ia, fa ambressa, muoviti.”

Lei, una piccola scheggia, schizza verso il computer e si mette all’opera. Io mi fermo a chiacchierare con Franco. Guardiamo come preparano i cd delle foto delle comunioni di domenica scorsa. Gli chiedo della figlia, che fa l’insegnante elementare, del nipotino, delle vacanze. Quest’anno, mi dice che non andrà al mare, ma farà un giro di quattro giorni ad Assisi, Cascia, Padova e Recanati, poi andrà a Lourdes, poi due giorni di ritiro spirituale a San Giovanni Rotondo. Nel frattempo, telefona al suo amico Antonio, con cui sto girando i video che pubblichiamo sul sito, e gli dice: “Ue’, mi raccomando, non ma votta’ arreto Antonietta, quiro po’ o video ‘ncoppa e ciliegie passa ‘o tiempo suo, anzi fa ‘na cosa, a notte non te corca’ ca compagna toa, mittiti a ‘nata parte e fatica!” Ride, intervengo anche io nella telefonata, “Anto’ che capo fresca ca tene Franco!” Antonio è veramente un bravo ragazzo, gentile, timido e in gamba. Immagino come sarà arrossito. Ma Franco, a cinquantasei anni, è un vulcano in continua eruzione. Dopo la malattia ancora di più.

Il negozio è un via vai di persone, e mentre Franco parla considero che è proprio una bella realtà, giovane e professionale. Glielo dico, non so se ve ne siete accorti, ma mi sta capitando che non riesco più a stare zitta, facendogli i complimenti per il suo amico. Allora, con un cenno della testa, mi presenta il personale: i due figli di Diego, uno che sta vendendo una Leika, sono gli unici concessionari per il centro – Sud; Franco me lo dice con orgoglio, gli brillano gli occhi, quasi il negozio fosse suo; poi l’altro, che sta alla cassa, servendo un cliente; un altro ragazzo a fianco, dipendente; la scheggia, fidanzata di uno dei figli; ed altri ragazzi al piano di sopra. Cavolo, dico, una piccola azienda. Entra Diego, il titolare, di ritorno da Salerno, dove ha appena aperto un altro negozio. Sono quasi orgogliosa anche io, perché vedere persone intraprendenti che riescono riempie il cuore di gioia. Ti fa credere che c’è speranza anche per i tuoi figli. Diego è la terza generazione. Una storia antica, fatta di lavoro e sacrifici. Un bell’esempio di perseveranza e passione.

Intanto sarà passata una mezz’ora e Franco dice “Antonietta andiamo a vedere se le foto sono pronte”. Chiama la scheggia e la sollecita. In quel negozio c’è una tale atmosfera di cordialità ed amicizia che sembra di essere davanti ad un bar, come se le persone non fossero lì per lavorare o per comprare. Nell’attesa della scheggia, Franco mi mostra una foto appesa alla parete, tra altre mille foto.

Dice: “Questo sono io alla laurea di mia figlia il giorno prima dell’ictus. Tre anni fa.” Ha in mano una bottiglia di spumante, è felice.

“Oddio, dico io. Immagina se fosse successo durante la seduta.”, volendo quasi consolarlo.

Sapevo che Franco aveva avuto un ictus, ma non eravamo mai stati così vicini per parlare confidenzialmente dell’accaduto.

Gli chiedo “che hai sentito quando è successo?”

“Niente, proprio niente, dice lui. Ero andato a fare pipì e non riuscivo con la mano sinistra ad afferrare la cintola del pantalone per tirarlo su. Mi innervosii, pensavo fosse la maglietta a restarmi tra le dita. Sforzandomi ci riuscii, ma mi accorsi di non sentire più il braccio. Subito dopo non sentii più nemmeno la gamba. Chiamai mia moglie ed insieme ad un vicino di casa mi accompagnarono al pronto soccorso. Mi riferirono poi che in macchina iniziai a balbettare. Volli telefonare al mio collega Gianluca per dire che non sarei andato al lavoro. Sentivo che la parte sinistra del viso si stava trasformando. Subito tac e risonanza magnetica. Quando sulla barella stavano per portarmi giù, sulla soglia della porta vidi Diego che piangeva, allora pensai fosse una cosa grave. Chiesi di vedere i miei figli, volevo parlargli. Acconsentirono. Pensavo di morire. Lungo il corridoio mi accorsi che il mio braccio sinistro stava sulla spalla destra. Con la mano funzionante lo presi e lo riportai al posto suo. Rimasi in ospedale diciotto giorni. Mia moglie durante le risonanze mi teneva la mano, incurante delle radiazioni a cui si esponeva. Durante la degenza, cadevano i 25 anni di matrimonio di Diego. Volevano annullare i festeggiamenti. Insistetti perché si facessero. Allora, tutta la famiglia, dopo la cerimonia in chiesa, a cui parteciparono in lacrime, venne in ospedale a portare le pastarelle e lo spumante per festeggiare con me. Il primario sentì l’ammuina e ci richiamò. In una settimana persi undici chili e la moglie di Diego per farmi mangiare mi preparò una lasagna e le braciole. Tornato a casa, caddi in depressione. Per un anno andai in cura da uno psicologo. Mi diceva che prima stavo su un piedistallo e poi improvvisamente ero caduto. Il mio vicino di casa è stata la mia ombra, mi accompagnava al lavoro, non mi lasciava mai solo. Avevo paura di restare solo. Una notte ho sognato che pregavo la divina misericordia. Non sapevo nemmeno che esistesse, chissà dove l’avevo sentita. Il sogno mi rimase impresso, i giorni successivi mi documentai. Sentivo che mi era successo qualcosa di strano. Insistetti per ripetere gli accertamenti di risonanza ed angiotac, anche se tutti mi dicevano che non potevo farli perché era passato troppo poco tempo e i medicinali dei contrasti mi avrebbero fatto male. Quando il medico paragonò i referti dei nuovi esami a quelli precedenti, non voleva crederci. Disse “se non ci fosse la mia firma, avrei detto che gli esami di prima erano sbagliati”. Per sicurezza mi mandò in un centro specialistico a Caserta a ripetere l’angiotac. Nulla, non c’era traccia dell’ictus che avevo avuto. Un medico, incredulo davanti al risultato degli esami, mi disse di andare a piedi a Montevergine, un altro porta un cero a San Pio. Così feci, ma è stata la Divina Misericordia, eccola, la vedi, (mi mostra una foto, io non l’avevo né mai vista e a stento sentita nominare) è stata lei. Ho ricevuto un miracolo. Gli occhi diventano lucidi, ma è un attimo. Mi dirà poi che non voleva intristirmi.”

Ha parlato senza interrompersi.

Nel frattempo, la scheggia sta finendo le mie foto. Entra una coppia di ragazzi e ne elogia la loro forza nel portare avanti una dieta ferrea che ha visto perdere 32 chili lei e 28 lui, si distrae dal lavoro e mi mostra orgogliosa una foto di entrambi prima e dopo, come fosse una vittoria sua, come la pubblicità dei prodotti dimagranti. Anche io, le dico, credo che insieme i risultati si raggiungano in fretta, le racconto del mio progetto con il blog, l’idea di costruire una casa virtuale, dove parlare di tutto, mi dice che bello, brava, ti seguirò, nel frattempo Franco entra ed esce, continuando a parlare, quei due ragazzi, una giornata al mare tutti insieme, beato tra le donne, un enorme pastiere di spaghetti e sopressata, abbiamo mandato la foto a “Casa Surace”, io mi sento frastornata e ricca. Foto, foto, foto! testimoni di sentimenti autentici.

Il lavoro è finito, naturalmente dal momento che, a detta loro, è una cosa da poco non mi fanno pagare e che dire? Mi sono sentita a casa, voluta bene, accolta. Felice, come quando ti succede una cosa bella che non ti aspettavi.

La vita di Franco da quel giorno è cambiata. Dice che ha capito i veri valori della vita. Continua a dedicarsi alle sue vecchie passioni a cui se ne sono aggiunte di nuove: il volontariato e la preghiera insieme agli altri. Aiuta le famiglie bisognose con la raccolta di generi di prima necessità. Anche la moglie è stata illuminata. Per un caso del tutto fortuito, nello stesso anno in cui Franco ha avuto l’ictus, a lei fu scoperto un aneurisma di 7 cm., proprio al centro della fronte: fu operata d’urgenza ed ebbe salva la vita. E’ sufficiente un diametro di 6 mm. per essere in pericolo di morte.

Appena tornata a casa, ho sentito l’esigenza di scrivere ciò che avevo appena vissuto. La storia di Franco mi ha commosso, vedere con quanta serenità ha parlato di ciò che è successo, l’affetto che in quel negozio si respira. Un concentrato di belle persone e buoni sentimenti in uno spazio così piccolo.

Grazie Franco, grazie foto Diego, grazie ragazzi. In un’ora mi avete regalato uno scorcio della vostra vita. Sono stata proprio fortunata!

La foto l’abbiamo scattata successivamente, dopo aver avuto il loro assenso per la pubblicazione sul blog.