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Il “mitico” Bar Sordillo.

Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

D’estate e d’inverno, verso le sei del pomeriggio, mio padre usciva per la sua rituale partita a carte con gli amici.

Qualche volta, durante la bella stagione, portava pure me. Seduti all’aperto davanti al circolo in piazza, giocavano a coppie su un tavolino rettangolare da bar.

La mia sedia accanto alla sua, guardavo le carte che aveva in mano. Così imparai, da piccola, giochi maschili: briscola, scopone, tressette, ramino.

Tra loro era un continuo parlare, che alcune volte non capivo. Liscio a bastoni, e strusciavano veramente la carta sul tavolo, “piombo a ‘no palo”, “rammi l’asso”, terzo è mio, era un linguaggio in codice.

Quando qualcuno sbagliava, le voci si infervoravano e i rimproveri si ripetevano almeno per le due mani successive, mettendo di malumore il compagno. E se l’intera partita era stata compromessa per quell’errore, erano guai grossi. Se ne poteva parlare sino al giorno dopo!

Mi sentivo partecipe anch’io ed, ovviamente, facevo il tifo per papà per due ordini di motivi: primo perché volevo che, almeno a carte, vincesse, secondo perché chi perdeva pagava la consumazione.

Quindi, se papà avesse vinto saremmo andati a comprare il gelato, per me e mamma, dal famoso bar di Pacchitiello, in realtà “Bar Sordillo”.

Tra i ricordi più belli della mia infanzia, il bar era un luogo magico, dove i sogni diventavano realtà.

Una grande porta d’entrata immetteva direttamente nella sala più ampia che iniziava con il banco espositore per le paste della domenica e per il gelato.

Spesso, lo trovavamo in preparazione ed io mi incantavo a guardare i movimenti rotanti della pala, una Carpigiani, dice mio cognato: ad ogni giro la crema prendeva forma, diventando sempre più liscia, consistente e lucida. Un velluto. Me la sentivo già sulla lingua.

A fianco, il bancone per la vendita del caffè, liquori, bibite. Dietro, a quell’ora, c’era quasi sempre la proprietaria, Maria ‘e Pacchitiello. Piccola, minuta, capelli corti quasi bianchi tirati indietro, un po’ cotonati. Mamma di sei figli aveva tutto sotto controllo: si divideva tra la vendita e la cucina, situata sullo stesso piano, con quel fare sbrigativo e pratico tipico delle donne abituate a fare più cose contemporaneamente.

Il marito Totonno, dall’aspetto ruvido e dalla voce grossa, era un pezzo di pane. Dalle sue mani uscivano coviglie e spumoni che mai più nella nostra vita avremmo mangiati di così buoni.

Sulla tavola, durante la settimana di Sant’Antonio, non potevano assolutamente mancare.

Si ordinavano molto tempo prima, altrimenti rischiavi di restare senza.

Io, tutti gli anni, speravo che venisse mio zio Achille dal Canada perché, quando c’era lui, ordinava almeno quattro spumoni e dieci coviglie solo per la domenica! Per fortuna aveva preso l’abitudine americana di fare le cose in grande!  Capitava che ne comprasse ancora per il lunedì, festa di Santa Lucia.

Da uno spumone si ricavavano quattro grosse fette: lo strato esterno era di gelato al cioccolato oppure alla crema, nella base il gusto s’invertiva. Nel primo caso all’interno c’era della panna gelato con pan di spagna allo Strega e frutta candita; nel secondo pan di spagna, gelato alla panna e al caffè.

La coviglia era un trionfo: veniva venduta in bicchieri di plastica bianca, belli solidi. All’interno la colata di cioccolato fuso aveva preso la stessa forma, facendo da scrigno per la base di pan di spagna sempre allo Strega, gelato allo zabaione e per finire gelato alla panna. Mentre scrivo, sento il sapore di quella crema, che quando arrivavi sul fondo era già un po’ sciolta. Gli ultimi bocconi erano sempre i più buoni.

Vi assicuro che non è la sublimazione del ricordo a farmi affermare che la coviglia è stato il gelato più buono che ho mangiato nella mia vita.

Una vera goduria, Dante ci avrebbe messo tutti nel girone dei lussuriosi!

Il bar incantato continuava con un’altra grande sala, dove per qualche tempo Totonno portò una giostrina per bambini, tipo il bruco dell’Edenlandia, che girava su stesso guidato da una rotaia.

Da lì partiva una scala che scendeva in una sorta di giardino, in terra battuta. Sotto il pergolato c’erano i tavoli dove durante il giorno si giocava a carte mentre la sera si prendeva il gelato al limone o la granita.

Ho un ricordo di questo luogo che ancora mi emoziona. Mi affacciavo sul giardino sognando la mia vita da adulta. Dall’alto osservavo le persone, gli uomini seduti sportivamente con il piede appoggiato sul ginocchio ed il calzino corto a vista, pantalone con cintura quasi a vita alta, camicia a mezze maniche; le donne vestite bene, con la borsetta tra le mani, sedute composte, qualcuna più audace accavallava le gambe. Quanta felicità mi trasmettevano, volevo essere grande anche io!

I tavolini pieni dei gusci delle noccioline americane, la coppa d’acciaio della granita, le chiacchiere, le risate, la gioia di stare insieme e ritrovarsi con tutti i parenti.

Noi più piccoli ci divertivamo a salire e scendere le scale, a stare seduti sul bruco. Totonno e Maria ci volevano bene, ogni tanto un “allucco”.

A fianco al giardino, i locali adibiti a deposito: Totonno comprava sempre grandi quantità di merce, che metteva esposta al piano superiore. Grappa Julia, Stock 84, Vecchia Romagna etichetta nera, Wat 69, Cynar, Amaro 18 Isolabella. Succedeva che si affezionava ai suoi prodotti ed allora il deposito diventava “d’epoca”!

I Pacchitiello, nella memoria collettiva, sono diventati un mito, simbolo di una grande e solida famiglia.

Totonno alle cinque del mattino apriva il bar e non chiudeva prima di mezzanotte. Ad un certo punto si mescolava ai clienti, tutti suoi amici, per giocare a tressette, di cui era un grande appassionato.

Precursore della vendita porta a porta: a Natale bussava alle porte con una bottiglia di spumante ed un panettone ad augurare Buon Natale. “Mi paghi dopo le feste”, diceva!

Come non amare e rimpiangere un uomo di un così grande spirito commerciale ma anche di un’umiltà ed umanità esemplare?

Sulla soglia, all’ingresso, un avventore fisso, “o Comparone”, sempre con una sigaretta in mano. Altro personaggio montefalcionese.

La storia dei luoghi è fatta dalle persone: parlarne li restituisce alla vita ed all’amore di chi li ha conosciuti.

La foto del 1975, tra le pochissime che sono riuscita a trovare, rende solo in parte l’atmosfera del periodo.