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Il caldo abbraccio del soufflé.

Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

Il lunedì mattina avrei voluto restare a casa.

Affrontare Enrico, ma come? Dirgli del biglietto ingiurioso del figlio, di essermi appostata davanti alla casa di Adelia, di averlo visto uscire di mattina presto, di quello che avevo letto nel taccuino? Oltre al fatto che sarei passata dalla parte del torto, era convinta che qualunque giustificazione mi avesse dato, non avrebbe dissipato i miei dubbi.

Lo avrei osservato ancora e se ne avessi avuto l’opportunità avrei frugato tra le sue cose.

Arrivai allo studio. Alberto era già lì, nella sua stanza. Parlava a voce alta e non mi sentì aprire la porta. Mi sembrò che fosse solo. Restai indecisa se manifestare o no la mia presenza. Mi avviai nel corridoio. Intanto il suo tono si alterava sempre più. Decisi di tornare alla mia scrivania. Era al telefono.

“la devi smettere… ti ho sempre voluto bene…. Basta così…. Perché poi? In un’altra situazione avrei potuto capire ma ora no, basta…siamo liberi… hai capito? Smettila! o dirò tutto ad Angela!”

Mi sentii mancare. Avevano bussato. I primi pazienti.

Mi precipitai alla porta. Non capivo più niente.

Si affacciò Alberto: “Hai aperto tu? Eri arrivata?”

Annuii. “Proprio ora” annaspai “ancora non ho fatto in tempo a togliermi il cappotto.”

Stava cercando di capire cosa avessi ascoltato. Gli sorrisi.

“Come stai? .. Mi è sembrato di sentirti parlare con un tono di voce diverso … è così?”

“Lascia perdere Angela, i soliti problemi con mia figlia. La mancanza della mamma le ha lasciato un grande vuoto che cerca di colmare come può ed ogni volta si mette nei guai…”

“Va bene, dai, passerà…”

Tirò un sospiro di sollievo e fece entrare il paziente.

Avevo un altro tassello. Con chi era Alberto al telefono?

Mi lambiccai il cervello per tutta la mattinata. Poteva essere solo Enrico dall’altro capo. Certamente Alberto sapeva che lui continuava la storia con l’ex moglie e ora lo minacciava di dirmelo! Perché?

Perché Enrico aveva messo in piedi tutta questa messinscena? Non c’era bisogno di affittare l’appartamento e venire comunque a casa e farsi vedere da Emanuela, portarmi a fare acquisti, andare in crociera. Il suo bisogno di mostrarsi un vincente non mi sembrava fosse una ragione sufficiente. Voleva tenere in piedi la storia con me e quella con la moglie, fin qui ci potevo arrivare. Ma Alberto?

Mi misi a cercare nello schedario cartaceo dei pazienti. Avevo la giustificazione, mi aveva detto di trasferire tutti i dati sul pc. Cercai la scheda di Enrico e dei figli, di Adelia non sapevo il cognome. Non c’era quasi niente, ad Enrico erano segnati ogni tanto dei farmaci, per lo più antibiotici, qualche antinfiammatorio, esami di routine. Decisi di sfogliare le schede ad una ad una per cercare lei.

Enrico mi aveva detto che era depressa. Non avrebbe dimostrato niente, ma almeno avrei saputo se questa era una verità. Alberto mi chiese perché stessi dedicandomi con tanta attenzione. Dissi che stavo organizzando il lavoro da fare.  La trovai. Era vero. Ma di tanti medicinali che aveva preso in quegli anni ne era rimasto solo uno. Controllai in rete di cosa si trattasse. Un blando ansiolitico. Non aggiungeva niente. Ero ancora più confusa.

Non riuscivo a controllare la mia inquietudine, ma certamente a questo punto non potevo parlarne con Enrico. Dovevo dominare l’ansia e recitare, nell’attesa di capire.

E non potevo fare neanche domande fintamente casuali. Se non fossi stata una dei protagonisti della vicenda, questa storia mi avrebbe fatto ridere! Era inverosimile!

Ma ero dentro e continuavo a fare cose di cui mi stupivo.

Quando il pomeriggio vidi Enrico, finsi di essere serena. Il suo sorriso mi sembrò falso quanto il mio, o no?

Gli proposi di trascorrere una serata da soli, volevo osservarlo. Avrei cucinato un soufflé di patate! Avevo bisogno di impegnarmi in qualcosa che mi distraesse.

“Mi aiuti andando a fare la spesa?”

Sgranò gli occhi, sbigottito: “Non saprei da dove iniziare, non sono mai entrato in un negozio di alimentari nella mia vita! Non possiamo comprare qualcosa già pronto o cucinare un piatto di pasta?”

“Si, potremmo, però ci terrei tanto. Faresti questa cosa per me?”

Un sospiro. “Va bene, Angela, ci provo. Però non ti assicuro niente. E non ti arrabbiare se sbaglio. Scrivimi cosa debbo comprare.”

Una piccola vittoria. Volevo scoprire quanto fosse disponibile a fare un sacrificio per me.

Poteva anche chiedere a qualcuna dello studio, ma sarebbe stato uno strappo alla sua condotta, un cedimento, una falla. Si sarebbero chiesti cosa gli stesse succedendo.

Nel pomeriggio allo studio sentii Alberto parlare al telefono a bassa voce in più di un’occasione. Non riuscivo a distinguere una sola parola, ma il tono era sommesso e tranquillo.

Feci in modo da coglierlo sul fatto. Bussai ed entrai  senza aspettare risposta. Finsi di essere indaffarata ed alzando gli occhi su di lui  dissi, porgendogli  una ricetta, “un paziente … aspetta solo una firma.. oh.. sei al telefono.. ”, indietreggiai.

“No, no, dammi ” e tese una mano.  Finì in fretta di parlare .. “Ciao ciao scusa, fai come ti ho detto.”

Si rivolse a me con un sorriso . “Una paziente..” Il suo sguardo si addolcì. Una donna, pensai. Mi fece tenerezza. In quei mesi ero stata troppo presa per accorgermi di quello che succedeva attorno.

Quando scesi, il sedile posteriore dell’auto di Enrico era sommerso di buste della spesa. Mi sembrò uno sproposito rispetto a quanto gli avevo chiesto. Inoltre, non avevo mai visto tanto disordine.

“Ciao Angela,” mi salutò con un bacio sulla guancia. “E’ più difficile fare la spesa che affrontare una causa! Non ho mai pensato che esistessero tutte quelle varietà di patate e le uova poi… mi sono trattenuto dal telefonarti e ho deciso di comprarne più di una tipologia… così non potevo sbagliare! Ho fatto bene?”, chiese fissandomi.

Guardando la sua espressione incerta, scoppiai a ridere, nonostante tutto. Era in attesa del mio giudizio.

“Sicuramente”. Gli accarezzai la guancia.

Appena arrivammo su, misi a bollire le patate, scelsi quelle a pasta gialla, imburrai lo stampo, separai i tuorli dall’albume. Enrico aveva messo della musica a basso volume. Era un po’ strano, parlava in continuazione. Mi stava raccontando della sua giornata allo studio e dei malanni della mamma. Che stava succedendo? Aveva paura di quello che avrebbe potuto dirmi Alberto?

Mentre accendevo il forno, Enrico mi raggiunse alle spalle e mi abbracciò, tirandomi contro di lui. Rimasi con la mano sulla maniglia.  Mi baciò sul collo, sentii il tepore del suo respiro sussurrarmi  “è bello vederti cucinare, mi fa sentire bene.” Non c’era ombra di spavalderia o seduzione in quella stretta.

Mi girai, sorridendo turbata. “Grazie”. Finii di mescolare il composto ed infornai.

Avremmo cenato un poco più tardi. Enrico versò il vino nel decanter. Apparecchiammo insieme.

Il soufflè andava mangiato caldo, appena sfornato. Ci sedemmo sul divano, tenendoci per mano, in attesa. Da lì lo guardammo gonfiarsi e piano piano assumere la crosticina dorata sul bordo della superficie. Pronto!

Ci scottammo mangiandolo. Era buonissimo! Avevo deciso di essere felice già prima di bere un intero calice di vino rosso. Non mi sentivo in competizione con Adelia. Se Enrico continuava la relazione con sua moglie non era per lo stesso motivo per cui stava insieme a me.

Risi, ballai, lo amai. Spensierata, libera, disinibita. La pazzia di Zorba, ricordai.

Spiazzai Enrico, non se lo aspettava. Mutai la tempesta dentro di me nel torpore accecante della controra tra il riverbero bianco delle case.

(Continua 22)

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