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Hai visto che bella giornata?

Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

Sabato mattina c’era il sole.

Enrico arrivò presto e di buon umore. L’aria era frizzante.

Appena fummo nell’auto, mi travolse con le domande. “Come hai dormito?, Emanuela è già uscita? Hai fatto colazione? Mi sono fermato a prendere un cornetto vuoto in una buonissima pasticceria. Dimmi com’è.”

“Hai visto che bella giornata….” Non mi dava il tempo di indugiare nei pensieri e sentirmi a disagio.

Nello stereo un cd dei Beatles. Nell’aria un’atmosfera rilassata.

Enrico ogni tanto accompagnava una canzone, …. “hey Jude don’t let me down…Remember, to let her into your heart… Then you’ll begin to make it better…”

Cantava con voce profonda e di tanto in tanto si voltava a guardarmi con occhi malandrini.

Aveva le maniche della camicia risvoltate e le mani stringevano il volante con disinvoltura. Sentii un fremito attraversarmi il corpo.

Desideravo essere tra le sue mani. Ne assaporai il tocco dolce e delicato.

Mi sembrò tutto naturale, tutto già accaduto. La gita al mare di una qualsiasi coppia.

Enrico mi invitava a guardare fuori dal finestrino quando scorgeva un bel panorama.

Arrivammo nella piazzetta, dove lasciammo l’auto. C’ero già stata in quel paesino. Per mano mi condusse ad un bar che dava direttamente sulla spiaggia. Ci sedemmo ad un tavolino all’aperto. Non c’erano ancora gli ombrelloni né le sdraio. Solo qualche sedia distratta, lì di fronte al mare.

Una sensazione di pigrizia mi invase.

Arrivò il barista, che salutò Enrico con un sorriso ed un …. “Buongiorno avvoca’. Che piacere!”

“Giuseppe, lei è Angela. Oggi abbiamo deciso di trascorrere una giornata con voi. Che ci prepari a pranzo? Io mangerei volentieri uno spaghetto con…”

“Avvoca’, fate fare a me.” Simpatico.

Bevemmo il caffè, poi Enrico si alzò e tendendomi la mano disse vieni. Salimmo per una stradina che costeggiava il bar, poi ci inerpicammo su una rampa di scale stretta e ripida. Lui camminava avanti. Avevamo il fiatone. Si fermò davanti ad una porticina e tirò fuori la chiave. Sulla cornice una mattonella a fiori in ceramica colorata. “La stanza sul mare”. Mi sentivo il cuore in gola.

L’ambiente era davvero piccolo, ma accogliente e grazioso. Tutto in miniatura, sulle tonalità del bianco e dell’azzurro. Una vetrata dava su un terrazzino con il balcone di ferro battuto bombato, come il tavolino e le due sedie. Ci affacciammo. Il profumo delle magnolie ci stordì. Eravamo davvero in alto. Il mare era uno spettacolo infinito. “Ti piace?” domandò Enrico.

Respirai profondamente e mi girai sorridendo verso di lui.

Forse era quella la felicità.

Lo abbracciai, dimentica. Volevo esprimergli la gioia di essere lì, di averlo conosciuto, di aver intuito e prevenuto ogni desiderio, di aver reso magico il nostro incontro.

Lo baciai prima sulle labbra, poi sul viso, baci piccoli piccoli. Mi alzai un po’ sulle punte per spostarmi verso l’orecchio. Si mise a ridere e mi strinse forte. Mi prese per la vita ed indietreggiammo. Tra un bacio e l’altro mi dava indicazioni, attenta al bordo, alza la gamba.

Finimmo sul letto, avevamo addosso ancora i giubbotti. Ce ne liberammo. Enrico fu sopra di me. Infilò le mani sotto la camicia e mi slacciò il reggiseno. Stavolta era lui a baciarmi e respirare nei miei capelli. Mi sentivo avvolta. Era dappertutto, ora lento ora frenetico. Mi spogliò e si spogliò. Nessun imbarazzo. Sempre in movimento, riempiva i miei spazi. Il contatto della pelle con le lenzuola fredde. Mi nascosi sotto il suo corpo. Lo cercai. Dimenticai i pensieri. Gli misi le mani sui fianchi, gli baciai il collo. Volevo entrare dentro di lui, restare lì per sempre. Al riparo, come Geppetto nella balena. Vivere negli spazi piccoli, stretti stretti. Le bocche incollate ed avide. Respirare la stessa aria. Mi lasciai andare. Lo strinsi forte forte. Grata.

Restammo abbracciati in quel letto che a stento ci conteneva. Il suo torace era accogliente, caldo e spazioso.

Ripresi a baciarlo, stringendo le sue labbra tra le mie dita. Un bacio lento e millimetrico. Umido. Mi piaceva giocare con l’esasperazione. Avevo voglia di lui.

Mi disse che non si sarebbe mai aspettato tanta intraprendenza.

Più tardi mi raccontò che tanti anni prima, aveva seguito un cliente, originario di lì, in una causa importante. Gli era piaciuto così tanto quel posto che gli chiese aiuto per riuscire a trovare una piccola sistemazione dove rifugiarsi ogni tanto.

“Ecco, questo è ciò che sento completamente mio.” Un guizzo di gelosia mi attraversò. Chissà quante donne aveva condotto lì.

Ne avrei cancellato il ricordo.

Mangiammo tanto. Pesce spada e tonno affumicato, polipo arrostito, calamaretti fritti, spaghetti lupini e vongole, delizia al limone.

Facemmo una passeggiata, c’era vento per starsene seduti sul terrazzino. L’idea di poter ritornare e di avere un posto dove fermarsi mi faceva sentire troppo bene. Mi era sempre piaciuta l’idea di una casa al mare! Mi strinsi sotto al braccio di Enrico.

(8 Continua )

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