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Eugenia e le convulsioni.

Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

Avevo da poco compiuto ventitré anni quando sono diventata mamma per la prima volta.

Era stata una gravidanza tranquilla. Attenta all’alimentazione, lunghe passeggiate, alla fine dei nove mesi, avevo preso solo cinque chili e lei, la pestifera, nacque di 2.900 g. Ero spaventata, mi sembrava piccolissima e tanto fragile. Inoltre, aveva il nasino un poco ammaccato da un lato.

Glielo dissi preoccupata al mio ginecologo, che si mise a ridere e mi spiegò che sicuramente era dovuto alla posizione assunta nella pancia. Non mi sentii affatto rassicurata, anzi, mi considerai proprio incompresa!

Avevo attorno a me uno stuolo di donne, mamma, sorella, suocera, infermiere.

Era la fine di maggio perciò immaginai tante belle giornate di sole in cui portarla a passeggio con la carrozzina. Invece, fu un giugno piovoso e fresco. Con lei sempre in braccio, guardavo la pioggia dietro i vetri della finestra. Abitavamo in campagna ed il paesaggio mi trasmetteva una sorta di malinconia, quella leggera depressione tipica delle neo mamme.

Inoltre, lei piangeva sempre e non dormiva mai per più di mezz’ora consecutiva. Non mi sembrò un buon inizio. Notti in bianco, passeggiando nel corridoio, cercando ogni volta di metterla nella culla appena si addormentava. Niente, come si staccava dal mio corpo o da quello del padre, mentre ancora era sospesa sul materasso, irrompeva il suo ‘ngueeeeeeee.

Verso le tre, la mettevo con me nel lettone e fino alle sei dormivamo, con lei che utilizzava il mio seno per ciucciotto. A tre mesi la prima febbre, me ne accorsi perché cambiandole il pannolino il mio polso le toccò il pancino. Era bollente. 39. Pediatra, tachipirina, consulti tra donne. Eugenia sempre in braccia. Passò.

Arrivò dicembre, fervevano i preparativi per il nostro primo Natale insieme. Lei era prossima a compiere sette mesi. Sebbene la notte dormivamo poco, le giornate scorrevano tranquille.

Un giorno, era da poco passata l’ora di pranzo, mi accorsi che Eugenia era accaldata. Le misurai la febbre, 37,5°. Telefonai al pediatra. Mi disse che di lì a poco sarebbe passato da casa. Così fu, la visitò e mi consigliò di darle la tachipirina appena la febbre fosse salita a 38°.

Io friggevo dall’ansia, ma aspettai. La portai al piano superiore, tentando di farla dormire. Niente. Le diedi le gocce e ce ne tornammo giù in cucina sul divano.

All’improvviso divenne silenziosa, non mi sembrò la solita Eugenia, non piangeva, non si lamentava, non si muoveva. Era assente.

Chiamai il pediatra, spiegando quello che succedeva. Mi disse di pazientare che le medicine ancora dovevano fare effetto.

Ci sedemmo di nuovo sul divano, il mio corpo le faceva da poltrona. Ad un certo punto, le sue braccia assunsero la stessa posizione che tiene il maratoneta durante la corsa. Piegate, le manine strette a pugno, iniziò a tremare leggermente. La girai verso di me, parlandole. Cercavo una reazione, ma lei non mi ascoltava. Gli occhi aperti e fissi, continuava a non esserci.

In casa eravamo solo io e mio marito, e chiamavamo il pediatra ogni cinque minuti. Niente, diceva che era normale, l’aveva appena visitata.

Si fecero le cinque del pomeriggio, io ed Eugenia sempre nella stessa posizione. Arrivò mia sorella dalla scuola dove insegnava.

Appena vide la bimba si spaventò e corse a chiamare il nostro medico curante, il grande Carlo, detto familiarmente Carletto. Venne immediatamente, come sempre ha fatto nella sua vita professionale, e non tanto per una questione etica, quanto umana.

Non entrò neanche in casa, poiché intravedendomi dall’esterno attraverso la vetrata della cucina aperta, mi urlò “Corri all’ospedale.” Non si capì più niente, volai così com’eravamo in auto e venticinque minuti dopo consegnai Eugenia ad un medico del reparto pediatria.

Immediatamente il Valium e finalmente smise di tremare. Nel frattempo avevamo avvisato il nostro pediatra, che arrivò verso le otto di sera.

Lo aggredii, riempiendolo di “maleparole”. I medici ci avevano detto che una volta passata la febbre, avremmo dovuto capire in primis se le convulsioni fossero legate esclusivamente all’episodio febbrile oppure se la febbre fosse stata il fattore scatenante di un’altra patologia più grave. Dopo, se tutto quel tempo trascorso ad aspettare avesse provocato danni.

Eravamo tutti in uno stato pietoso. Il giorno successivo, ancora le davo il seno, riconobbi la mia Eugenia. Le fecero l’elettroencefalogramma, da cui non risultò alcuna anomalia. Per avere, però, la certezza della diagnosi avremmo dovuto eseguire lo stesso esame con il cervello a riposo, e cioè durante il sonno, cosa che all’ospedale era impossibile. Lei continuava a svegliarsi in continuazione.

Ci dimisero con la prescrizione del Depakin o del Luminalette, farmaci usati contro l’epilessia. Nel dubbio di altri episodi, i medici dissero di iniziare il trattamento.

Ci informammo, era un farmaco che sedava l’attività cerebrale e se avessimo intrapreso la cura, la stessa non poteva essere interrotta subito.

Avevo paura, ero triste ed arrabbiata, mi sentivo addosso il peso della decisione. Eravamo stati fortunati durante il primo episodio. Tutte quelle ore con le convulsioni, avrebbero potuto provocare danni seri.

Stabilimmo di fare prima l’elettroencefalogramma a riposo.

Alle otto, di una sera d’inverno, andammo da un neuropsichiatra infantile.

Avevo tenuto sveglia Eugenia durante il giorno. In auto si addormentò. Ma, appena il dottore le iniziò a mettere gli elettrodi in testa, si svegliò e si mise a piangere disperata.

Mi vomitò addosso, succedeva sempre così quando aveva paura.

La calmai, cullandola e cantandole le nostre filastrocche. Riuscii a farla riaddormentare. In una posizione diversa, il medico, pazientissimo, riprovò. Riuscì per pochi minuti nell’impresa.

Furono sufficienti per la diagnosi.

Le convulsioni erano state causate dalla febbre alta. Eugenia era una bambina sana.

Insieme al nuovo pediatra, scelto stavolta con consapevolezza e non sulla base della disponibilità alla visita domiciliare, decidemmo di ricorrere al Depakin solo in caso di nuove convulsioni.

Mi consigliò di non far mai salire la febbre oltre i 37,5 °.

Da quel momento in poi, quando Eugenia ebbe la febbre, ci chiudevamo in camera da letto, con tachipirina e borsa del ghiaccio. La mettevo nuda, nel caso le facevo il bagnetto. Tra giochi, pianti, paura ed il Valium a portata di mano, la febbre è sempre passata ed il secondo episodio di convulsioni non è mai avvenuto.

Durante uno di questi episodi, le comprai una bambola, che tanto desiderava: Baby Mia.

Altri problemi, come l’allergia agli antibiotici e quel disturbo del sonno che scomparve solo a quattro anni. Il pediatra mi aveva avvisato.

L’episodio delle convulsioni mi colpì. Avevo una bambina e nessuna conoscenza di ciò che potesse succedere. Mi accorsi che nessuno parlava volentieri delle malattie, né di quelle dei piccoli né dei grandi, quasi fossero una colpa o una vergogna.

Io non smettevo di raccontare a tutte le mamme che incontravo della mia esperienza.

Baby Mia è stata la bambola più amata di Eugenia. Le parlava, proprio come io facevo con lei.

E’ ancora conservata nella cesta dei giocattoli, con un braccio un poco strappato.