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L’estate del Sud.

estate del Sud.
Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

L’estate del Sud.

Sono in treno. Ritorno da un brevissimo weekend da mia figlia Alessia, soprannominata la cinese, per i suoi occhi a mandorla e la laurea in lingua cinese (nella foto da piccola).

Un po’ triste, come sempre quando la lascio. Da gennaio si è trasferita e lavora in provincia di Monza-Brianza. Almeno, dopo qualche mese, sono riuscita a tenere sotto controllo l’ansia di saperla in auto, su quelle strade piene di innesti e svincoli, dove Tir e camion la fanno da padroni.

Cerco di scacciare la malinconia, dando voce ai miei pensieri. Deve farsi le “ossa”, deve crescere, anche se lontana da me.

Appena arrivata, con una valigia di cibo alla Totò e Peppino, avevo detto ad Alessia:

“Alessia, ‘a mamma, stasera ordiniamo dal “Lisca” del pesce da asporto. Però sul tardi, che prima facciamo una bella passeggiata. Magari verso le nove, nove e un quarto (tradotto 21/15).”

Lei mi dice di si, raramente obietta, è innamorata della sua mamma! Ogni cosa le va bene.

Torna dall’ufficio, fa una doccia e scendiamo. Sono da poco passate le sette, mi ricorda che i negozi sono in chiusura.

“Vabbè, che fa.”, dico io.

Camminiamo lungo il corso principale, in giro ci sono poche persone. Rifletto sul fatto che Di Maio vuole chiudere i negozi durante le feste, mah!

Alle otto ci sediamo davanti ad un bar a prendere qualcosa da bere. Ci guardiamo intorno. Bei palazzi, una bella piazza, al centro ci sono tante panchine. Vuote.

Non c’è quasi più nessuno.

Mi viene una tristezza a sapere che Alessia vive qua.

Eppure qui al nord, durante l’estate, alle dieci di sera il cielo è ancora chiaro e le stelle non ci sono ancora. La giornata è molto lunga.

Lei abita in un paese che conta circa cinquantamila abitanti. La chiamano la piccola Milano, è una zona ricca.

Bevendo il mio succo d’arancia, penso all’estate del sud, alle nostre realtà, grandi o piccole che siano, alla nostra gente. Penso al nostro calore, alla nostra accoglienza, alla voglia di stare insieme.

Da noi al Sud alle nove è già buio. Ma l’estate è vita.

E’ fatta per essere vissuta intensamente, per strada, in compagnia degli amici. E pazienza se si dorme di meno!

Dappertutto si tira tardi davanti ad un bar, a godersi il fresco, oppure si va ad una sagra, alla festa del patrono.

Le regole in estate al sud diventano più approssimative.

La cena, dall’orario invernale delle otto, scivola alle nove, nove e mezza.

Se ti trovi in un negozio, ti fanno restare anche oltre l’orario di chiusura. Mica ti dicono con un sorriso “Torni domani”!

Non è una questione tra chi è migliore. E’ una considerazione sul modo di percepire la realtà da esperienze formative e culturali differenti.

Sono sincera. Non mi piace il pensiero che Alessia probabilmente impianterà lì una nuova vita con una propria famiglia.

Immaginare che i miei futuri nipotini possano essere figli “trapiantati” di un luogo che li ha accolti e non abitanti della terra “madre” mi genera un pensiero che non è semplice metabolizzare.

Potrei esserne contenta solo se Alessia mi dicesse che quello che sta facendo è il sogno della sua vita, il lavoro per cui ha studiato e si è sacrificata, frequentando l’università un semestre a Pechino, il successivo a Wuhan e l’ultimo a Shangai.

Mi fermo, perché i miei occhi sono pericolosamente vicini alle lacrime.