Blog Racconti

Eravamo proprio diversi.

Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

Quella notte fu difficile prendere sonno. Era successo tutto troppo in fretta. La prospettiva di un nuovo lavoro e l’attrazione forte per un uomo. Da tanto tempo non mi succedeva.

Enrico aveva cinquantasei anni. Mi aveva raccontato di essere separato dalla moglie da cinque anni. Non erano mai andati molto d’accordo, disse. Era stato un matrimonio “combinato” da sua madre, poiché non ne voleva sapere di sposarsi. Lui all’epoca manteneva una relazione con una donna sposata, perciò “donna Elvira” intervenne e favorì la conoscenza con la signorina Adelia, giovane distinta e di buona famiglia. Accolse il desiderio della madre e si fidanzò, niente gli impediva di continuare la relazione! Me lo disse ammiccando e con un sorriso furbo.

La moglie era bella, un tantino insipida. Usò questa espressione ed io immaginai una donna piuttosto scialba. Mi sentii vincente. Il pensiero fu velocissimo: “Se fossimo stati sposati, non avrebbe avuto una relazione extraconiugale!”

Ebbero subito un bambino, poi una coppia di gemelli. Adelia non lavorava, lui aveva iniziato appena laureato, presso lo studio di famiglia. Andava in tribunale con il padre, noto avvocato, famoso per le sue arringhe. Era stato un modello a cui ispirarsi. Durante la cena aveva raccontato tanto, parlando del passato con tono allegro e scanzonato. Divertito quasi.

Ne ero affascinata.

Al lavoro presentai la lettera di preavviso di dimissioni. Quindici giorni. Quando lo dissi alle mie colleghe, qualcuna mi guardò con invidia. Avevo accennato alla conoscenza di Enrico e al conseguente interessamento per me.  Altre mi sconsigliarono: l’impiego al supermercato era sottopagato ma più certo di quello che mi accingevo a fare. E se non mi fossi trovata bene?, “Degli uomini non c’è mai da fidarsi! Ricordati.”

Un po’ mi dispiaceva lasciare; consideravo il super come un’appendice del mio ambiente familiare. Essere circondata da tutti quei prodotti alimentari mi faceva sentire bene, al sicuro. Inoltre la possibilità di non programmare la spesa mi sarebbe mancata moltissimo.

Enrico quella mattina mi aveva augurato “Buongiorno e ben levata. E.”

Eravamo proprio diversi.

La sera a cena finalmente potei parlare con Emanuela. Avevo sempre paura di trascurarla e farla sentire sola. Era introversa e sensibile. Passava molto tempo nella sua stanza, in costante contatto con le amiche. Aveva una velocità a scrivere i messaggi sul cellulare usando entrambi i pollici che mi faceva sentire decrepita.

Amava la pasta e la mangiava due volte alla settimana. Scondita. Avevo preparato delle zucchine a julienne saltate in padella con qualche cucchiaio d’acqua e un pizzico di dado in polvere. Mi aveva fatto una concessione e le aveva mischiate alla pasta. Io, invece, avevo aggiunto alle verdure degli albumi. Cercavo di preferire le proteine e certe volte facevo degli intrugli immangiabili. La contentezza e la fame, quella sera, mi permisero di mangiare con gusto.

Le chiesi di Federico, il ragazzo che le piaceva. Era dispiaciuto ed arrabbiato, i suoi genitori non andavano d’accordo. Il viso di Emanuela divenne improvvisamente triste. La amavo, la mia donnina, coraggiosa ed altruista.

Le raccontai di Enrico e del lavoro che avevo intenzione di accettare. Non fui completamente sincera sulla casualità dell’incontro. Dissi di averlo conosciuto tramite una collega. Mi vergognavo ad ammettere di aver seguito un istinto. Mi illudevo che il tono leggero delle parole avrebbe sminuito l’interesse che realmente provavo per lui. L’avevo sempre trattata da adulta, ma nonostante volessi sembrare una mamma moderna certi argomenti mi imbarazzavano. Fu contenta.

Dopo cena lei andò in camera ed io mi stesi sul divano. Pensavo ad Enrico. Gli scrissi subito un messaggio per avvisarlo che tempo due settimane avrei potuto iniziare allo studio di Alberto.

A trentott’anni ero ritornata adolescente. L’ultima volta che mi ero innamorata risaliva ad alcuni anni prima. Avevo difficoltà a mantenere una relazione, forse perché mi aspettavo tanto. All’inizio era tutto bello, facile, possibile. Sembrava che niente fosse un problema.

Poi, alla scoperta dei vincoli legati ad una figlia non ancora indipendente, oppure, più semplicemente, di un pensiero che ti turbava durante una gita fuori porta, con la bimba lasciata a casa, magari dai nonni, e volevi buttarlo fuori questo senso di colpa, liberarti, sentirti dire “non ti preoccupare, sei una brava mamma”, l’espressione del viso cambiava, te ne accorgevi che lui stava pensando “che lagna! oggi”. Allora cercava di porre rimedio ai tuoi pensieri tentando prima una carezza casta, che potesse sembrare di conforto, insieme ad un sorrisino di falsa comprensione, poi con il pollice ti stuzzicava l’orecchio oppure la bocca e in un attimo te lo ritrovavi addosso.

Enrico era diverso.

Avevo parlato di Emanuela quando eravamo stati da Alberto. Una volta tornati in auto, mi aveva chiesto di lei, cercando notizie più approfondite. Con Giulio, il padre, non ci eravamo sposati. Il nostro era stato un “errore di gioventù”, ma neanche tanto, perché io avevo ventitré anni e lui ventisei. Entrambi eravamo stati d’accordo, mettendoci contro le famiglie d’origine. Stavamo insieme da poco, e né eravamo pronti per un passo simile né avevamo una visione comune della vita. Neanche per un istante avevo pensato di liberarmi del bambino. Lui non si sentì molto coinvolto. Disse “Decidi tu.”

Finalmente Enrico rispose al mio messaggio. Aveva impiegato tanto tempo, chissà dov’era. In verità, mi aspettavo una telefonata. L’avevo attesa.

“Mi rende felice sapere che lavorerai lì. Potrò sempre passare a salutarti. Che stai facendo?”

“Distesa sul divano. Tu?”

“Ti sto pensando. Intensamente. Sono in compagnia di mia figlia. Buonanotte, E.”

(4 Continua )

Leggi: