Da difensore ad attaccante.

La mattina del 6 gennaio ero triste. Molto triste.

La casa si stava svuotando, le feste erano finite.

Le avevo aspettate con ansia per poter stare tutti insieme. Soprattutto con Eugenia e Alessia. Senza di loro mi sembra di non avere alcuno stimolo nella vita di tutti i giorni. Il mio lato pessimista, nei giorni precedenti alla partenza, prende il sopravvento e sento le lacrime appuntate agli occhi con gli spilli. Anzi, mi faccio certi pianti.

Un dolore fisico, come se qualcuno mi stesse strappando un pezzo del corpo.

Ogni volta che vanno via reagisco così.

Ho sempre avuto un carattere difficile e complesso. Non mi piacevo, nemmeno il nome, così lungo e duro. Ero solitaria e silenziosa, mai spensierata come di solito sono i bambini.

La colona, Maria, mi raccontava sempre di un episodio accaduto quando avevo tre anni. Sull’aia, dopo la trebbiatura, i chicchi di granone venivano stesi al sole ad asciugare. Un paio di volte al giorno, per rivoltarli, si tracciavano dei solchi con i piedi nudi. Era una cosa che facevo molto volentieri, insieme a Minuccio, suo marito. Un giorno, una volta finito, mi ritrovai con i piedi pieni di formiche. Esplosi in un “Poveri piedini miei, poveri piedini miei!” e, quasi piangendo, cercai di liberarmi con le manine. A Maria era rimasto molto impresso e me lo riportava come esempio di un carattere risoluto.

Ancora oggi richiudermi su me stessa, isolarmi nel dolore e piangere mi fa trovare la forza di andare avanti.

Ero triste e musona, insofferente alle regole, ribelle. Avevo su di me aspettative alte, che delusi.

Non ebbi la forza di affrontare da sola la delusione che ne derivò. Ancora immatura, non capivo che niente si ottiene senza sacrificarsi nell’impegno.

Decisi di rifugiarmi nel sogno dell’amore e di una famiglia felice.

Le bambine riempievano una vita che, comunque, non si era ancora realizzata. Crebbi con loro. Quando ebbero meno bisogno di me, iniziai a cercare qualcosa da fare per riempire il tempo in loro assenza. Fare i dolci, cucinare e leggere non era più sufficiente. Iniziai con piccoli lavori, ma dopo l’entusiasmo iniziale, mi mancava la tenacia di continuare nel percorso intrapreso. Allora cambiavo, sempre alla ricerca di qualcosa di più soddisfacente che mi piacesse.

Nel frattempo ero diventata adulta ed il sogno della famiglia felice si scontrava con le difficoltà quotidiane, con una visione della vita completamente diversa, con una scelta che non mi rispecchiava più.

Fu il momento più doloroso. Nel dubbio di cosa fosse giusto, mi lasciai schiacciare dal mondo esterno, priva di qualsiasi volontà.

Sperimentai quanto rinchiudersi in se stessi, sentirsi incompresi, rifiutare l’aiuto degli altri o non cercarlo porti ad avere una visione della realtà completamente distorta.

Per fortuna, l’amore di mio padre mi strappò dalla nebbia.

Eugenia, Alessia, con voi non ho mai fatto mistero delle mie fragilità, dei vuoti, delle carenze. Eravate adolescenti ma vi parlavo come foste “grandi”.

Ecco, ragazze, anche sbagliando, ci sono stata.

Abbiamo pianto e gioito insieme, costruendo un patto tra donne dove a volte i ruoli si confondono.

Ora che non siete con me mi mancate moltissimo. Dovevo inventarmi qualcosa, tenermi occupata, tentare di riportarvi nella terra in cui siete nate.

Quando mi osservo nei video vedo una donna che sfiorisce, nonostante vada prima dal parrucchiere, anzi proprio per questo. Vedo la pelle sotto al collo che inizia a svuotarsi, il naso grosso, ereditato da papà, la palpebra calante di mamma. Mi ascolto e penso che devo migliorare assai.

Dubito, come sempre, un giorno fragile e un giorno caparbia.

Però è venuto il momento di uscire dal guscio, di mettermi alla prova, di vedere di cosa potrò essere capace. Il confronto con gli altri, l’accettazione ed il superamento dei miei punti deboli, questa è la vera sfida.

Se non sarà la felicità a portarvi lontano da me, non accetterò di lasciarvi andare.

Avro’ pronto un piano B e pure uno C.

Nella mia vita sto finalmente giocando da attaccante!