Francesco con Godot

“Cuore di cane”.

I cani sono stati i miei migliori amici. Da quando sono nata, ne ho sempre avuto almeno uno. Abitando in campagna, la loro presenza era naturale.

Non erano di razza, ma incroci. Avevano nomi scemi, nomi da cani. Una volta, chiesero a me di scegliere: lo chiamai Ricky, il nome del mio personaggio preferito nella serie di Happy Days.

Inizialmente, venivano tenuti legati. La presenza dei polli ne impediva la libertà. I cani erano irruenti e giocherelloni e lo svolazzare dei volatili dava loro l’idea che volessero giocare, magari a guardie e ladri, dove il ruolo di guardia gli spettava di diritto! Così capitava che, una volta raggiunto, il ladro avesse paura ed inferocito si voltasse a colpire gli occhi ed il muso della guardia con il suo becco adunco. Allora si azzuffavano ed il pollo aveva la peggio.

Mi sono stati sempre antipatici polli e galline. Non ti potevi mai fidare, passeggiavano impettiti nel cortile, inconsapevoli, i maschi, della loro breve vita. Improvvisamente potevano beccarti. Per non parlare di quelli piccoli, conosciuti in dialetto come “chicchinielli”, praticamente una razza nana. Terribili e feroci. Ogni tanto il colono, Minuccio, che pure non li poteva vedere, se li ritrovava tra i piedi ed innervosito dal loro litigioso e petulante schiamazzo, li faceva volare alto con un robusto calcio dello scarpone da campagna! Ben fatto!

Ricky è stato il mio amico più devoto e fedele, un meticcio di taglia grande, marrone, buonissimo. Era così buono che se per caso trovava la porta del pollaio aperta, entrava e si faceva beccare. E’ morto a quattordici anni.

Gli mancava solo la parola.

E chissà se avesse potuto parlare!  Si sarebbe lamentato del fatto di non poter entrare in casa, di dormire in una cuccia all’addiaccio, del cibo che era lo stesso primo piatto cucinato per noi, ma con un poco di avanzi ed il sugo annacquato? No, lui era sempre festoso, scodinzolante, sprizzava gratitudine da tutti i pori, bastava solo che gli rivolgessi lo sguardo.

Certe volte mi sedevo sullo scalino vicino alla cuccia. Mi fissava con i suoi occhi umidi dallo sguardo innamorato, languido e disarmante.

I suoi occhi erano come i miei, cercavano affetto. Ci consolavamo a vicenda.

Il cane nella foto, invece, è Godot, insieme a Francesco, figlio di mia nipote Mariana. Godot ha avuto un nome moderno ed una storia triste. E’ stato l’ultimo cane accolto in famiglia.

Era piccolissimo quando mia nipote lo scelse tra nove cuccioli.

Un batuffolo di razza labrador, tenero e “pallottoloso”. Con le zampine scivolava sul pavimento e per la paura faceva continuamente pipì.

A pochi mesi ebbe le convulsioni, proprio come Eugenia, solo che le sue non erano febbrili. Erano una patologia cerebrale, per cui per tutta la vita è stato curato con farmaci antiepilettici. Mia sorella gliele nascondeva nella sottiletta della colazione. Lui imparò a riconoscerle, facendo in modo da mangiare la sottiletta e sputare la pillola.  Allora lei prima lo sgridava e poi, paziente, lo convinceva ad ingoiarla. Dopo le prime volte, non se lo fece ripetere più. Si rassegnò ad ingoiarle. Anzi, poiché erano grandi, le masticava.

Ogni volta che gli venivano le convulsioni stava malissimo. Vomito, tremore, perdita di coscienza. All’inizio lo portavano in ospedale, poi tutti impararono a gestire gli episodi.  Era discreto Godot, quando sentiva arrivare la crisi, si appartava, allontanandosi, come se non volesse dare fastidio.

Subito per lui c’erano le punture. La dose dipendeva dall’intensità. Era bravissimo. La voce di mia sorella, mentre lo accarezzava, si addolciva e prendeva il tono melenso di quando si parla a un bambino.

In realtà un cane è davvero un bambino. Si affida a noi completamente. Ci piace badare a lui perché ognuno ha bisogno di prendersi cura di qualcuno.

Ancora di più se questo qualcuno dipende da noi in ogni suo momento della vita. Ci fa sentire il suo dio, un padrone benevolo, un paterno monarca assoluto. Sotto sotto viene appagato anche il nostro narcisismo. Non ci chiedono di essere più belli, né più simpatici o alla moda, gli piacciamo cosi come siamo, senza orpelli e sovrastrutture. Che liberazione! Come non essere grati, a questi nostri amici pelosi, di tanta devozione e del senso di libertà che respiriamo in loro compagnia?

I loro occhi non mentono e mai ci mentiranno. Di quale umano possiamo dire altrettanto con assoluta certezza?

E’ un amore che non subisce il logoramento del tempo. Ci ameranno alla stessa maniera fino alla fine, nostra o loro.

Eppure tutto questo amore troppe volte non è ricambiato. Ogni giorno un cane viene abbandonato lungo qualche strada provinciale o lasciato in qualche campagna a decine di chilometri da casa. Magari, qualcuno li ha frettolosamente adottati per fare un regalino al pupo e poi scaricati senza scrupolo per farsi le vacanze spensieratamente.

Da buon egoista l’essere umano prende a piene mani dal proprio cane, ma è disposto a dare il minimo indispensabile. Certe volte al primo intoppo se ne libera con una spietatezza che non ha eguali nel regno animale.

Per fortuna, invece, spesso tra padrone e cane l’amore è reciproco ed è talmente forte da diventare una simbiosi, tanto da condizionare, nel bene o nel male, la salute dell’uno rispetto allo stato di benessere dell’altro. E quando arriva il momento finale della vita, spesso l’uomo sopravvive al cane, ma meno spesso accade il contrario. Come buoni amici si danno appuntamento dall’altra parte. Ma i cani vanno in paradiso?