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L’albero di fichi e le “buatte”.

L’albero di fichi e le “buatte”
Antonietta Polcaro
Scritto da Antonietta Polcaro

Il grande albero di fichi (in foto) è stato il testimone silenzioso e fedele di tutti i mesi di agosto passati a preparare la conserva di pomodoro per l’inverno.

Era un albero di fichi molto resistente. Ampio ed accogliente, oltre a regalarci dolcissimi frutti, ci confortava con i suoi rami ombrosi nelle assolate giornate estive.

Ancora oggi, sopravvive alla nostra incuria. Dopo la morte di mamma e papà, non ce l’abbiamo fatta a far sì che tutto restasse come prima; giorno dopo giorno, inadempienze o dimenticanze.

Tutti gli anni, grazie anche ai coloni, avevamo le nostre personali provviste ortofrutticole: in primis i pomodori, inizialmente solo San Marzano. Successivamente, poiché papà era un curioso, delle cose e delle persone, parlando e confrontandosi con amici con le sue stesse passioni, scoprì le ciliegine, i piccadilly, i tondi. Il nostro orto si arricchì e vennero sperimentati nuovi accoppiamenti all’interno dei “boccacci”.

La mattina presto e la sera tardi per innaffiare si metteva la “cannola”, alimentata dall’acqua del pozzo, tra le fila di piante . Ogni tanto si cambiava solco.

I coloni controllavano che i rametti per il peso non toccassero terra. Altrimenti li rinforzavano con bastoncini di canna. Periodicamente le piante venivano trattate con il verderame, per impedire le scorribande della peronospera.

Subito dopo la raccolta, i pomodori venivano “spasi” su vecchie lenzuola di cotone in un luogo fresco dove raggiungevano il giusto grado di maturazione senza l’influenza di fattori esterni.

Papà, a occhio, era capace di prevedere in che giorno potevano essere pronte. La data doveva naturalmente essere consona a mia madre, per cui lui indicava un termine iniziale ed uno ultimo.

La vera regista e coordinatrice della bottiglie era lei. Comandava dal chiuso delle sue stanze, dove trascorreva ore ed ore a pulire sul pulito. Nessuno poteva fare una cosa di propria iniziativa. Persino mia sorella, ritenuta da lei stessa il suo fidato secondo, doveva attendere il consenso.

Se lei, la vigilia del giorno deputato, diceva che non era ancora ora di lavare i pomodori non c’era niente da fare. Dovevi aspettare. Quello, il sole, doveva calare bene!

Ci faceva ribollire di rabbia. Mio padre voleva uscire per la sua partita e, quindi togliersi il pensiero. Mia sorella si scocciava. Lei, grande ed indipendente, doveva comunque sottostare alle regole di mamma!

Io non facevo testo. Ero considerata la più scarsa e la meno affidabile, il “due di coppe” della briscola! Mi comandavano per aprire e chiudere il rubinetto dove era attaccata la “cannola”, per prendere da terra bottiglie e “boccacci” e passarli a loro due per il lavaggio. Il giorno dopo mi facevano staccare le foglie di “vasinicoia” dal rametto, mi consentivano di metterle nelle bottiglie. Ma, ne mettevo sempre o “troppo assai” o “troppo poca”. Che vita!

Avrei tanto desiderato riempiere le bottiglie con l’imbuto ed il “cuppino”, ma quello era un compito delicato, che mamma avocava a sé. Amavo il rumore pieno e gorgogliante che faceva la salsa riempiendo la bottiglia. Lei, quando col tempo si fidò di mio cognato, gli diede la delega ma sotto stretta vigilanza!

Si riempivano due “cofani” di damigiana con l’acqua. Davanti alla cantina, ‘e pummarole venivano lavate accuratamente. Una prima volta venivano passate tra le mani quasi una ad una e successivamente versate nel recipiente accanto. Infine, erano messe a scolare nelle ceste di vimini foderate delle tende, quasi un tulle, che man mano negli anni mia madre cambiava. Le ceste, come matrone, venivano trasferite in cantina, avvolte nel velo.

Le bottiglie migliori per la salsa erano quelle delle birre Peroni da 75 ml. In caso scarseggiassero, papà veniva mandato a farne richiesta a qualche bar.

Per i pelati, o per salsa e pomodorini insieme, erano preferite quelle dei succhi di frutta, marca Yoga, sempre da 75 ml.

Il giorno dopo, sveglia all’alba, sennò poi il sole diventava troppo caldo. Per prima cosa bisognava “schiattare” i pomodori. Quanto li invidiavo, papà, la colona, talvolta mia sorella, seduti a gambe aperte, attenti agli schizzi. Man mano che erano pronti, si appoggiavano negli scolapasta e venivano passati a mia madre che, fiera, ne metteva, pochi per volta, nella macchinetta elettrica montata sul grande tavolo posizionato sotto l’albero di fichi.

Te ne accorgevi subito di come erano quell’anno i pomodori. Se il succo era denso, la stagione era stata giusta, se era un po’ liquido, avevano pigliato troppa acqua!

Nel frattempo si metteva sul fuoco la macchinetta per il caffè, caricata in anticipo da mamma. Era lei a decidere la pausa!

Si raccoglievano le bucce della prima spremitura e si passavano una seconda volta, dopodiché finivano in pasto alle galline. Quando la conca era bella piena si procedeva a riempire le bottiglie. Un “cuppino” di salsa, poi si sbatteva un po’ “perché sennò le foglie di basilico avrebbero lasciato l’aria sul fondo”, infine si completava l’operazione.

A papà toccava mettere i tappi con l’apposita macchinetta. Mamma gli riconosceva il merito, perché spesso lo faceva per le bottiglie di vino.

I tappi dei “boccacci” si stringevano con uno straccio di cotone, sennò “sfilavano”.

Dopo la conta, di nuovo tutto nelle ceste, per il trasporto verso la “caorara” (grossa caldaia cilindrica), posta sul “trebbete” (treppiede di ferro).

Si procedeva al graduale riempimento con acqua. “Sotto e ‘ncoppa”, tra strati di indumenti vecchi e pesanti, maglioni, pantaloni, giubbotti, tutto di lana perché sembrava fosse la più apprezzata dalle bottiglie, si adagiavano “le buatte”. All’ultimo, si completava con pezzi di mattone e tegole.

Mamma, nel riempimento, doveva cedere lo scettro, perché lei era piccola e neanche utilizzando la sedia, come faceva papà, riusciva ad arrivare sul fondo. Ad ogni giro una nuova conta.

Una volta terminato, papà accendeva il fuoco. Occorreva tanta legna e tanto lavoro, circa un paio d’ore prima che il tutto venisse ad ebollizione. Da quel punto, si calcolavano almeno due ore di bollitura.

La mattinata finiva con le spighe di granone bianco arrostite. Papà se le procurava il giorno prima perché dovevano essere fresche e tenere, di latte. Una squisitezza, il mio pranzo preferito.

Nel frattempo mia madre e mia sorella si dedicavano alle pulizie di fino per far scomparire le “tracce”.

Pranzavamo sotto lo stesso albero di fichi. Orecchio vigile a percepire qualche “scuoppo”.

Il giorno dopo si contavano i “morti”.

Ah,ah,ah,ah!

Che bambina fortunata sono stata!